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morsa di eccitazione e paura. Scelse quella di sinistra e aprì lo scrigno dei segreti.
Dovette aspettare che la vista si abituasse all'oscurità dell'interno, prima di muovere un passo. Quando iniziò a distinguere le forme capì di trovarsi in un salottino, con un caminetto su una parete divisoria, al centro dell'edificio. Lungo le pareti, scaffali stipati di libri. Scorse i titoli. Testi sulle Crociate, libri di architettura medievale e di scienza militare. Narrativa varia. Poesia. Una poltrona accanto alla veranda. Un grammofono. Oltre la porta, la camera da letto, poco più di un'alcova con una brandina e il secondo ingresso. Si chiese perché un bilocale avesse bisogno di due porte e non seppe spiegarselo, finché un pensiero si insinuò sempre più nitido. Era come se l'architetto avesse voluto un'uscita di sicurezza, ovvero un ingresso alternativo. L'edificio era una specie di doppio. 
Scovò un mozzicone di candela sopra uno scaffale. Il fiammifero sfrigolò nel buio e incendiò lo stoppino. Jack schermò la luce con la mano e tornò nel salotto. C'era una lunga tela appesa sopra il camino, rappresentava un cavaliere in armatura, con le mani in preghiera e un leone accovacciato ai piedi. Sembrava una lapide tombale. Jack si avvicinò e si accorse che era un calco a mina.
Sopra lo scrittoio era appeso un ritratto a matita su un foglio di carta semplice. Alla luce della candela gli occhi di Lawrence erano inquieti, glaciali, puntati dritti al cuore, con una violenta richiesta d'attenzione. O forse d'aiuto. Gli ricordò l'autoritratto di Van Gog. Una linea nera al posto della bocca, la fronte grande, spinta in avanti come un elmo minaccioso. Jack rabbrividì. 
Sullo scrittoio, un apparecchio telefonico, una piccola lampada e una testa di statua antica, una divinità probabilmente, che fungeva da fermacarte.
Aprì il primo cassetto. Un mazzo di fotografie e un album da disegno. Le foto ritraevano castelli da angolature particolari. Sui margini, scritti a mano, nomi francesi. Nell'album, disegni di altre rocche medievali dai nomi esotici, abbarbicate su colline aride, con una sfilza di appunti illeggibili a lato. 
Aprì il secondo cassetto. Altre fotografie. 
Jack sentì il cuore accelerare mentre osservava un ragazzo scuro, in vesti arabe, con un sorriso di denti candidi e perfetti.  
Sul retro, una poesia scritta a mano.


Ti guardo adesso, mio caro, fratello mio
la pistola addormentata sull'inguine,
le tue labbra contratte in un sorriso possente.
Mio piccolo hittita, dopo di te non può esserci nessun altro.
Nei tuoi occhi scuri, mio caro, fratello mio,
il mondo fu creato dalle acque del Caos;
adesso nere onde di lacrime
si infrangono sulle spiagge del mio sonno
e annegano i miei sogni per sempre.

Dahoum. Il piccolo moro.
Nella foto stringeva in mano una pistola. La stessa che giaceva in fondo al cassetto. Fredda come la morte.

43. Dahoum


Suo fratello Bob si era coricato presto. Dopo cena aveva dato un bacio alla madre e lo aveva salutato augurandogli buon viaggio.
Ned aiutò Sarah a sparecchiare e rassettare la cucina. La osservò mentre asciugava i piatti e li riponeva con cura nella credenza. I capelli erano diventati grigi in fretta, sotto il peso dei lutti, ma il viso conservava l'antica forza. Mentre mangiavano aveva spiegato cosa andava a fare in Egitto, senza aspettarsi il plauso da parte sua e di Bob. Sapeva che erano consapevoli del ruolo cruciale che gli era toccato in sorte, ma non erano abituati a mostrarsene orgogliosi. Del resto Ned non lo pretendeva, suo padre era stato l'unico a portarlo in palmo di mano e a ritenerlo degno di grandi imprese. Ma suo padre era un gentiluomo d'altri tempi che aveva infranto le convenzioni per amore. Sir Thomas Robert Tighe Chapman avrebbe potuto condurre la propria esistenza a South Hill, nel cuore d'Irlanda, insieme alla moglie e alle figlie. Invecchiare nella grande magione di campagna che Ned aveva visto soltanto in
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