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la stessa stanza per un anno e oggi negherebbe perfino di avermi conosciuto.
- Perché?
- Perché lo amavo, è ovvio. - rispose Vaughan. - E ho commesso l'errore di dirglielo. Si arrabbiò al punto che sparò fuori dalla finestra. - si strinse nelle spalle. - Ero giovane e sprovveduto.
Jack sentì l'imbarazzo e il disgusto sopraffarlo, artigliò i braccioli della sedia, lottando per rimanere seduto.
- Che succede, Jack? - Vaughan sorrise con malizia. - Ti metto a disagio?
- E' per questo che lo odi? Perché ti ha respinto?
La faccia di Vaughan lasciò trasparire un dolore antico.
- No. Perché sapendo quello che provavo per lui è stato così crudele da chiedermi di ritrarre l'oggetto dei suoi desideri. E io ho voluto punirmi fino in fondo, accettando di farlo. Ci ho messo l'anima. L'ho dipinto nei panni di un principe arabo. Avrei usato il mio stesso sangue.
Jack si guardò intorno, fissando quei volti uno a uno.
Vaughan scosse il capo.
- E' nella galleria dell'Ashmolean Museum. 
- Chi era?
- Il suo principe hittita. Il suo scudiero. Si chiamava Selim Ahmed. Ma per lui era Dahoum, il piccolo moro.
Jack si sentiva frastornato, le orecchie ronzavano, a causa del vino e delle rivelazioni. Vaughan lo fissava con uno sguardo compassionevole, adesso.
- Non te lo aspettavi. 
Jack parlò rivolto a se stesso, con un misto di rabbia e incredulità.
- Ne hanno fatto un eroe nazionale. Quell'uomo è falso fin nel midollo. Il suo nome, la sua famiglia, quello che ha fatto in Arabia. Perfino... questo.
Vaughan annuì. 
- Siamo tutti impegnati a costruire l'immagine di noi stessi. Nascondiamo quello che non ci piace nello scrigno dei segreti. Un vecchio baule, dove seppellire la colpa e il dolore. Nel tuo cosa c'è, Jack? - si alzò e prese un libretto dallo scaffale. Jack lo riconobbe, era la sua raccolta di poesie, firmata con lo pseudonimo di Clive Hamilton. - Un nome falso? - Vaughan si risedette. - Una tragedia famigliare. - ammiccò. - Un giovane amico perduto...
- Ti sbagli. Io non sono come voi.
- Voi? Ci siamo solo io e te qui, Jack.
- Hai capito benissimo. Ho promesso per la vita e per la morte. Non hai fatto la guerra, cosa vuoi saperne.
Vaughan mostrò i palmi delle mani, lo sguardo provocatorio, una calma esasperante.
- Touché, Jack. Ma non sono io ad avere gli incubi. La promessa prevedeva anche che facessi da marito alla madre del povero Paddy?
Jack si alzò, un po' incerto sulle gambe, la bocca impastata. Dovette fare uno sforzo per scandire bene le parole.
- Vai al diavolo, Vaughan.
Barcollò fino alla porta, scese le scale, rischiando di cadere e si ritrovò in strada, la voce di Vaughan che lo chiamava da una distanza siderale. Saltò in sella alla bici e partì. Gli ci vollero diverse pedalate per trovare l'equilibrio. Per fortuna a quell'ora la strada era deserta. La dinamo illuminava una piccola scia d'asfalto davanti a lui, mentre il vento freddo gli snebbiava la mente e irrigidiva i pensieri fino a trasformarli in intenzioni. 

Polstead Road era silenziosa. Solo un paio di finestre illuminate e un cane che latrava qualche isolato più in là. Controllò le finestre della signorina Heuwett: erano buie. La rivide in cucina, intenta a versargli il tè.
Ricordo che si sforzava di parlare arabo con i suoi ospiti stranieri.
Abbandonò la bici, attraversò il cortile e raggiunse la porta laterale. Era ancora aperta. Si ritrovò nel punto cieco e rimase qualche secondo ad ascoltare il proprio respiro. 
Dormivano nel cottage in fondo al giardino. Sa, il padre l'aveva fatto costruire apposta per lui, perché potesse studiare in pace. Era il suo piccolo regno.
Si inoltrò lungo il sentiero di pietre lisce e arrivò davanti alla costruzione. Era ormai molto oltre il punto dove si era fermato quando era andato lì la prima volta e capì che non sarebbe tornato indietro.
Cercò di guardare attraverso la veranda buia. C'erano due porte. Si mosse rapido, le viscere strette in una
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