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parlare. 
- Amoreggiavo con una ragazza bellissima. - disse Jack. - Poi mi alzavo dal letto, uscivo dalla stanza e mi ritrovavo nei corridoi di un castello. Un labirinto di cunicoli che sembravano trincee. A quel punto mi rendevo conto di non volermi affatto allontanare dalla ragazza e provavo un desiderio fortissimo, incontenibile, di stare di nuovo con lei. Tornavo indietro, ma davanti alla porta chiusa era accovacciata una vecchia seminuda. Provavo a cambiare strada, mi avventuravo per altre gallerie, in cerca di un passaggio, ma ogni volta finivo davanti alla stessa porta, con la strega che mi impediva di entrare. 
Si interruppe. Vaughan lo ascoltava attento.
- Poi mi sono svegliato. - tagliò corto Jack.
Omise di dire che quell'orrore matriarcale sorrideva con un ghigno di denti gialli e protendeva le braccia con desiderio verso di lui, che tentava di controllare l'erezione senza riuscirci. Si era svegliato con una macchia umida sui pantaloni del pigiama e un senso di nausea l'aveva accompagnato per tutto il giorno.
- Quale donna ti tiraneggia, Jack? - chiese Vaughan.
- Le interpretazioni sono sempre più di una. Freud serve a poco.  
Vaughan sorseggiò il vino e parve riflettere su quelle parole.
- Non lo so. Forse contiene più verità un sogno di tutti i discorsi che facciamo. Siamo talmente abituati a dissimulare. La verità non è di casa a Oxford. - Si alzò e raggiunse il dipinto sul cavalletto. Una città tratteggiata, sfumata dalle nebbie. - Qui ci si viene a nascondere. C'è chi scappa da un passato oscuro, da una colpa, da un lutto. Molti hanno commesso crimini in uniforme e per questo sono considerati eroi, anche se la loro coscienza dice tutt'altro. La merce più a buon mercato in Arcadia è l'ipocrisia.
- Tu da cosa sei fuggito? - chiese Jack.
Ancora il sorriso ambiguo.
- Dalla famiglia, ovviamente. Il loro disprezzo era troppo da sopportare.
- Questa non è una colpa. - commentò Jack.
- Dipende dai punti di vista. - Vaughan nascose un'espressione triste. - E tu? A Belfast faceva troppo freddo?
- Dopo la morte di mia madre, io e mio padre non siamo più riusciti a parlarci. 
- Quanti anni avevi?
- Nove.
- E non c'è più stata un'altra donna nella tua vita?
- No.
- Chi è la signora Moore? Non è tua moglie e nemmeno tua madre.
- Barfield parla troppo.
- Non dare la colpa a lui. - disse Vaughan. - Sono un buon osservatore. Vivo di dettagli, luci e ombre.
Jack fissò le rose appassite. Alcuni petali erano già caduti  e giacevano vizzi alla base del vaso. Gli altri erano stinti e smorti. Sentì un'infinita tristezza pervaderlo. Fece scorrere lo sguardo sui quadri e si rese conto che per la maggior parte erano ritratti. Si chiese come avesse fatto a non notarlo prima. I soggetti erano di chiara ispirazione pre-raffaelita: ragazzi androgini dalle chiome boccolose e dalle labbra vermiglie. Alcuni di loro indossavano l'uniforme. Il tratto aveva qualcosa di originale e inquietante. Jack non avrebbe saputo spiegarlo, ma era del tutto evidente che quei giovani erano morti. L'artista ne edulcorava le fattezze rendendole eteree, quelle di principi elfici che un richiamo irresisitibile aveva spinto ad abbandonare il mondo terreno. La sensazione di disagio aumentò. 
- E' una promessa mantenuta.
La confessione parve colpire Vaughan.
- Chi merita tanta lealtà?
Jack lo guardò negli occhi e prima di valutare cosa avrebbe detto si accorse che stava già rispondendo.
- Si chiamava Paddy Moore. - disse. - Aveva diciott'anni.
Vaughan annuì con estrema lentezza. Il livello del vino nella bottiglia continuava a scendere.
- Capisco. Molto nobile da parte tua, degno di un cavalier servente. Te lo dissi la prima volta che ci siamo incontrati: tu sei uno che cambia in fretta. Molto difficile da inquadrare e dannatamente intricato.
- Con Lawrence è stato più facile, immagino. - disse Jack.
Vaughan scolò il vino nel bicchiere e ne versò ancora.
- Tutt'altro. Abbiamo condiviso
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