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servizio. Silenzio. Burnes doveva essere in libera uscita.
La camera di T.E. non era chiusa a chiave. Entrò titubante e venne subito investito dall'effluvio speziato. Accese la luce e la prima cosa che notò fu l'assenza dello sguardo severo di Feisal sulla parete. Il quadro era appoggiato a terra, in un imballaggio di fortuna.
Robert fece pochi passi all'interno, indeciso. L'armadio era aperto e vuoto, niente più libri né soprammobili.
Un leggero panico gli affannò il respiro, sostituito subito da una malinconia profonda.
Se n'era andato.
Vide il pacco sul tavolo, al centro di quello spazio deserto, che odorava di assenza. Sopra era appoggiata una busta. Lesse "PER R.G.", nella grafia che conosceva bene.
Scostò la lettera e trasse fuori il plico.
Il titolo sulla copertina era scritto a mano. 
I Sette Pilastri della Saggezza.
Respirò a fondo, sfogliò la prima pagina e si ritovò sotto gli occhi la poesia dedicatoria con le sue modifiche sovrascritte.

42. Il piccolo regno


L'appartamento era sopra un negozio di liquori lungo Banbury Road.
James Vaughan lo accolse in maniche di camicia e lo fece entrare nel suo caos privato. Una delle due stanzette arredate era adibita a studio e le pareti stipate di ritratti rendevano l'armosfera opprimente. Su un cavalletto di legno i colori riproducevano la linea degli edifici del centro.
- La vista dalla mia finestra rivolta a sud. Niente male. - commentò Vaughan mentre offriva a Jack una sedia. - Di giorno c'è una bellissima luce.
C'erano libri d'arte e poesia gettati alla rinfusa un po' dappertutto. Una foto di Lenin ritagliata da un giornale fungeva da modello per un ritratto a matita ancora in embrione. Un mazzo di rose appassite campeggiava in un vaso, pallida allusione a ciò che erano state. Emanavano un profumo forte e intenso.
Vaughan stappò il vino e riempì due bicchieri.
- C'è una cosa che ho sempre voluto chiederti. Perché ti fai chiamare Jack?
Lui scrollò le spalle.
- E' così fin da bambino. Clive Staples è un nome da maggiordomo.
- Meglio qualcosa di più comune?
- Direi più simpatico.
Vaughan rise, mentre serviva il roast beef e le patate su piatti spaiati.
- Scusa, ma il servizio buono... - finse di guardarsi intorno. - ...beh, credo di non averne mai posseduto uno.
Si lasciò cadere su una poltrona logora, di fronte a Jack.
Si erano rivisti dopo alcuni mesi la sera prima, nell'alloggio di Barfield al Wadham College. Vaughan lo aveva invitato a cena per l'indomani, nel suo appartamento, e Jack aveva accettato volentieri, anche se poi al momento di attraversare la città in bicicletta si era pentito. Non tanto per la distanza, quanto per la stanchezza che lo braccava da tutto il giorno, a causa del trasloco e del sonno agitato della notte precedente. Trasferire i mobili della signora Moore nella nuova casa in affitto, decisamente più piccola della precendente, era un'impresa d'incastri e acrobazie. Per fortuna non si erano dovuti spostare di molto, avevano trovato un apartamento a Headington. 
Quel pomeriggio, dopo aver smontato e rimontato un armadio che non entrava intero dalla porta, si era accorto che ormai era troppo tardi per rimandare l'invito di Vaughan e così si era risolto a pedalare fino a Summertown.
Durante la cena bevvero quasi tutto il vino e alla fine Jack si sentì pervaso dal calore della sazietà, concentrato soprattutto nelle orecchie. Dovette trattenere uno sbadiglio. Vaughan se ne accorse.
- O io sono molto noioso o tu sei molto stanco.
- Scusa. Ieri notte ho dormito poco. 
- Colpa della birra del Wadham.
- No, dei brutti sogni.
- Ah. - Vaughan annuì. - Gli incubi sono sempre molto interessanti. Racconta.
Jack si sentì in imbarazzo.
- Coraggio, Jack. - si affrettò ad aggiungereVaughan con un sorriso ammiccante. - Non lo dirò a Barfield, te lo prometto.
Gli versò altro vino. C'era qualcosa di fastidioso e allo stesso tempo accattivante nel modo che aveva di sorridere e
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