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le sopracciglia erano nerissime, eleganti, ma capaci di aggrottarsi e darle un'aria di torvo rimprovero. 
- Non era una domanda retorica, vero?
Lui sedette sulla poltrona e scosse il capo con aria affranta.
- Qualunque sia la cosa che ti tormenta, credo che devi affrontarla. - Si avvicinò e raccolse le matite che John aveva sparso sul pavimento. Le ripose dentro il portapenne e a Ronald ricordarono le frecce in una faretra.
- Non è nulla. - disse.
- E' qualcosa che riguarda te, Ronald. - insistette lei. - Qualcosa che hai smarrito.
Lui si passò una mano sugli occhi. 
- La giovinezza, forse. Il tempo non ci migliora.
Edith non smise di fissarlo. Ronald conosceva quella determinazione. Era la stessa con cui pochi giorni prima gli aveva annunciato che non sarebbe più andata in chiesa.
- Non hai mai voluto parlarmene e io ho rispettato questa decisione. E forse adesso è troppo tardi perché possa aiutarti. Però io... noi vogliamo raggiungerti a Leeds e per farlo abbiamo bisogno che tu torni te stesso. - gli sfiorò il volto con una carezza triste e dolce. - Oppure non verremo.
Ronald si rivide in mezzo alla Terra di Nessuno, avvolto dall'alito dei draghi, mentre cercava di segnalare agli altri la via della ritirata e della salvezza. Ma i razzi luminosi si confondevano nella nebbia e lui si ritrovava ad arrancare, consapevole dei corpi che correvano e gli cadevano intorno, senza riuscire a vederli. I richiami di Geoffrey e Rob sembravano venire da ogni direzione. Avrebbe dovuto portarli fuori da lì, indicare loro la strada. Se solo avesse saputo quale.
Impiegò qualche secondo ad accorgersi di essere rimasto solo. Edith era tornata a dormire. Guardò lo studio come fosse la prima volta. Poi aprì il cassetto della scrivania e ne trasse il pacco di lettere ingiallite. Il carteggio che aveva avuto con gli amici durante la guerra, bruscamente interrotto dalla prematura scomparsa di due di loro. 
Ne aprì soltanto una.
Erano passati quasi quattro anni dalla prima e unica volta che l'aveva letta, immerso nel fango fino alle ginocchia, il foglio appiccicato al naso perché la visiera dell'elmetto lo salvasse dalla pioggia. Imboccò la pipa e la tenne tra i denti, per scaricare la tensione. Spiegò di nuovo il foglio tra le mani, sentendo frusciare la carta e annusando l'odore d'umidità che conservava ancora.

Caro John Ronald
La mia principale consolazione è che se finisco nei guai stanotte - sarò fuori in servizio tra pochi minuti - ci sarà ancora un membro della grande Tea Club Barrovian Society a dare voce a quello che sognavo e a quello su cui concordavamo tutti. Perché la morte di uno dei suoi membri non può, ne sono certo, dissolvere la T.C.B.S. La morte può renderci ripugnanti e lasciarci indifesi come individui, ma non può mettere fine agli immortali quattro! Una scoperta che sto per comunicare a Rob prima di uscire stanotte. E lo scriverò anche a Christopher. Dio ti benedica, mio caro John Ronald, e possa tu raccontare le cose che ho cercato di dire anche dopo che non sarò più qui per farlo, se questo sarà il mio destino.
	Tuo per sempre,
	Geoffrey

Nella nebbia si aprì uno squarcio di cielo, oltre il quale apparve un chiarore di schiuma marina. Un varco per uscire dal labirinto, la via di una fuga possibile dal campo di battaglia, prima che l'ombra lo ricoprisse di innumerevoli lacrime. Si strappò la maschera antigas e chiamò gli amici. Urlò di seguirlo, verso la quiete di quella spiaggia, lambita dal mare d'Occidente, dove le onde portavano a morire gli ultimi riflessi del sole e si frangevano sulla chiglia insabbiata di una barca. 
Sollevò lo sguardo sulla barchetta di carta di John e in quel momento seppe cosa fare.

41. Manticor in Arabia


Robert rientrò in casa e si tolse il grembiule. Lo piegò con gesti stanchi, prima di riporlo nell'armadio. Chiudere il negozio era un compito che spettava a lui, per consentire a Nancy di tornare a mettere a letto i
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