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spazio disponibile. Solo lo studio non era stato toccato: un messaggio chiaro. Questione di un paio di giorni e finì per esiliarsi lì dentro, dato che ogni passo fuori dalla stanza sembrava essere d'intralcio a qualcuno. La domestica si indaffarava in cucina, Edith pensava al neonato, mentre sua cugina vegliava su John, che dopo la nascita del fratellino aveva manifestato qualche disturbo del sonno. 
Una sola cosa lo amareggiò davvero. Edith gliela comunicò la mattina dopo il suo arrivo. Non sarebbe più andata in chiesa. Il modo in cui lo disse lasciava intendere che non avrebbe avuto senso insistere. Anche questo faceva parte dei cambiamenti avvenuti in sua assenza. Così Ronald si rassegnò ad andare alla messa da solo.
Fu l'unica nota dolente, perché nonostante il subbuglio, si sentiva di nuovo a casa, tra i suoi affetti, non più oppresso dalla solitudine di Leeds, anche se i giorni trascorrevano in fretta e presto avrebbe dovuto tornare alla vita divisa. 

Lo svegliò un rumore soffuso che dissipò il sonno poco alla volta. Aprì gli occhi al buio e rimase in ascolto, immobile. Bastava un respiro un po' più forte per far cigolare il letto. Pensò che potesse essere la pioggia, ma no, la notte era serena e il rumore non veniva da fuori. Si alzò. La stanza dove dormiva era l'unica al piano terra. Si affacciò sul corridoio e vide la luce uscire dallo studio. Percorse il corridoio a passi lenti, lottando per contenere l'ansia. Quando fu vicino alla porta distinse dei sussurri, flebili e ripetuti. Sentì la paura azzannarlo alla nuca. Deglutì e gli parve di fare tutto il rumore del mondo. 
Girò oltre lo stipite a pugni stretti.
Il bambino gli dava le spalle, giocava con la barchetta di carta che gli aveva costruito quel pomeriggio, e intanto parlava a bassa voce. 
- John, che ci fai qui? E' ora di dormire.
Il piccolo si voltò serio. Non sembrava troppo sorpreso di vederlo.
- Papà. 
Ronald si guardò intorno, notando i segni del suo passaggio. Un paio di fogli fuori posto, le matite sparse sul pavimento. Per fortuna il tagliacarte era chiuso nel cassetto. 
Lo prese in braccio e sentì il contatto della sua pelle gelida. Avrebbe dovuto punirlo per essersene andato in giro di notte, ma non adesso. Doveva riportarlo subito a letto, prima che si buscasse il raffreddore. 
- Con chi parlavi, John? 
Gli prese di mano la barchetta e la lasciò sulla scrivania. Il bimbo nascose il viso contro il suo petto. Ronald sorrise.
- Non me lo vuoi dire?
In quell'attimo si pietrificò, investito dalla stessa sensazione provata nella stanzetta di Leeds, dopo la notte d'incubi. Solo che adesso era molto più forte e ghiacciava il sangue.
John rispose con la bocca contro il suo pigiama.
- Con 'li elfi.
Ronald rimase immobile, il cuore che pompava paura. 
Loro erano lì. Non poteva distinguerli, ma avvertiva netta la loro presenza al margine del campo visivo, a pochi passi da sé e dal bambino. Se ne stavano immobili nell'angolo in ombra della stanza e della sua mente. Non lo avevano abbandonato, minacciavano ancora la vita, gli affetti, quelli che avrebbe dovuto difendere da tutto, inclusi i propri spettri. Ronald si sforzò di non guardarli, ma il piccolo percepì la sua angoscia e arricciò il labbro.
Ronald lo strinse e lo portò di sopra, dove bussò alla porta di Edith finché lei non aprì in vestaglia, gli occhi assonnati e preoccupati. Accolse il bimbo tra le braccia, minacciando punizioni per l'indomani.
Ronald si ritrovò sul pianerottolo ad ascoltare il proprio respiro. Dopo qualche minuto di esitazione scese le scale.
Lo studio era illuminato soltanto dalla lampada sulla scrivania. Rimase a lungo in piedi in mezzo alla stanza, cercando di decifrare la paura, finché non spezzò il silenzio con una domanda. 
- Cosa volete? - mormorò.
- Che ritorni te stesso.
Si voltò. 
Edith era sulla porta. 
- John?
- E' con Janet. Dorme già.
La maternità aveva accentuato i tratti del viso, 
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