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provando una pena inaspettata.
- Posso prendere tempo, - continuò Collins - tirarla per le lunghe, lasciare che gli altri sfoglino il vocabolario, ma alla fine dovrò decidere per tutti. E scrivere il mio nome accanto a quello del mio nemico. Dovrò tornare a casa e dire che la guerra è finita, che gli inglesi se ne andranno, ma il nuovo stato irlandese non sarà del tutto libero e non sarà nemmeno una repubblica, bensì un dominion della corona britannica. Dovrò dire ai miei compagni che non ho ottenuto quello per cui hanno combattuto e per cui tanti di noi sono caduti. Dovrò farlo perché le madri d'Irlanda non debbano più piangere i loro figli e perché un'alternativa non esiste. Sarà la mia condanna a morte.
Ned non avrebbe creduto possibile che esistesse qualcuno più solo di lui. Si sentì triste per quell'uomo. 
- Qualcosa mi dice che lei non è tipo da tirarsi indietro per questo. - disse.
A quel punto Michael Collins fece una cosa sorprendente: rise. Una risata sincera, in faccia al destino.
- So che suo padre era irlandese. Io e lei potevamo trovarci dalla stessa parte della barricata.
- Non ho mai messo piede in Irlanda.
- Dalle mie parti uno come lei potrebbe fare grandi cose. - Indicò l'ambiente che li circondava. - Quando sarà deluso a sufficienza da questi burocrati imperiali, ci faccia un pensierino. - Si alzò. - Ora è meglio che torni dai miei. 
Ned gli strinse la mano senza indugi. - Buona fortuna. - disse.
- Anche a lei.
Rimase seduto immobile per una manciata di minuti, incapace di fissare i pensieri, come in uno stato di dormiveglia. Fu la voce suadente di Edward Marsh a destarlo. Era sulla porta, in un completo di lana pettinata grigio scuro, e gli stava chiedendo scusa per averlo fatto aspettare. Churchill era stato terribilmente occupato quel pomeriggio, ma adesso finalmente l'avrebbe ricevuto. Lo scortò fino a una porta a doppia anta, bussò, e quando dall'interno risposero, lo fece entrare. 

40. Benvenuto


Gli venivano in mente le frasi stupide che si era ripetuto in treno, come "Benvenuto, Michael Hilary Reuel", oppure "felice di conoscerti, sono tuo padre", o ancora una sfilza di invocazioni e benedizioni. 
Invece se ne rimase zitto a guardare la piccola vita tra le braccia di Edith. Lei era appoggiata ai cuscini del letto, il viso stanco e gli occhi febbricitanti di gioia. Gli sembrò che non fosse mai stata così bella. Avrebbe voluto baciarla, ma aveva in grembo Michael e lui teneva per mano John. Interpretando l'una i pensieri dell'altro scoppiarono a ridere senza riuscire a dirsi niente. Ronald sedette sul bordo del letto, strinse John e Edith, che poggiò la testa sulla sua spalla. Lui sfiorò il viso del neonato con la punta delle dita. 
- Eccoci. - disse imbarazzato, gli occhi lucidi, e capì che non c'era altro da aggiungere. 
Il parto era andato bene, di questo era già stato informato dal telegramma ricevuto a Leeds. Poi c'era stato il viaggio, che era parso interminabile, e la corsa dalla stazione a casa. Infine la cugina di Edith che lo accoglieva sulla porta e John che lo guidava per mano a conoscere il nuovo venuto. Nuova vita. Una in più. Una ancora.
Avrebbe dimenticato in fretta le ore seguenti, a causa dell'eccitazione e dell'ansia per il da farsi, ma non quel primo momento, non la prima volta che aveva visto in faccia suo figlio, cercando di intuire da segni imperscrutabili che tipo di persona sarebbe stato. Il senso pratico di Edith non gli diede tempo di cullarsi con quelle fantasie. Presto si sarebbe reso conto che sua moglie aveva predisposto tutto, riorganizzato gli spazi e la vita domestica in previsione della nascita, ma anche della sua assenza. Ora il ménage domestico ruotava proprio intorno ad essa. Non tanto da farlo sentire fuori posto, ma abbastanza per causargli un certo imbarazzo. Perfino i mobili erano stati spostati e per lui c'era un letto singolo nella stanza più piccola. La puerpera aveva bisogno di tutto lo 
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