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discuteva fitto. Passando davanti alla porta, rallentò abbastanza per vedere tre persone sedute a un tavolo, fogli e penne in mano. Uno di loro alzò gli occhi e lo vide. Smise di parlare, prima di sparire oltre lo stipite. 
Ned raggiunse l'anticamera e sedette. Lasciò scorrere lo sguardo sulla carta da parati a motivi floreali, le tende di velluto, i quadri. Si alzò per osservarli da vicino. Ritraevano episodi di storia militare. Gli Spartani alle Termopili. Nelson a Trafalgar. Si soffermò a osservare i dettagli della carica di Balaklava. Le bocche dei cavalli erano spalancate in un ruggito, le criniere come fiamme al vento. La sciabola del conte di Cardigan teneva l'epicentro del quadro e puntava dritta verso la gloria, raffigurata come una ragazza. Lo aspettava oltre le linee nemiche, vestita solo di un velo e una corona. La testa del general maggiore era avvolta da un'aura luminosa. Eppure c'era qualcosa nello sguardo che sembrava violare la retorica del dipinto. Non era facile accorgersene, ma guardando bene ci si rendeva conto che gli occhi erano spiritati, gli occhi spaventosi di un folle che incitava i propri uomini a correre incontro alla morte. Possibile che l'autore avesse voluto suggerire proprio quello?
Sentì un brivido e per un attimo le urla gli risuonarono nella mente, grida di terrore puro, lame che calavano sulle schiene di uomini in fuga. Qualcuno incitava all'assalto urlando in arabo. Riconobbe la propria voce. 
- L'ottusità imperiale.
Sussultò e si girò di scatto.
Un uomo alto, orecchie a sventola e mascella quadrata, osservava il dipinto. Era il tizio che aveva alzato lo sguardo al suo passaggio davanti alla porta.
L'uomo protese il mento verso la tela: - E' così che dovrebbero intitolarlo. 
Aveva le mani nelle tasche dei pantaloni, la cravatta allentata e l'aria stanca. Ned non disse nulla.
- Cariche a cavallo contro l'artiglieria, assalti alla baionetta contro le mitragliatrici. E' la logica che ha riempito i cimiteri di tutta Europa.  
Questa volta Ned annuì.
- Un'idea vecchia della guerra.
- Giusta per un impero decrepito, ridotto a sparare sui civili. 
Ned fu sul punto di chiedergli chi fosse, ma l'altro lo precedette.
- Lei è il colonnello Lawrence, vero? Ho visto una sua foto sul giornale. 
Ned scrutò quel volto come se potesse riconoscerlo. Doveva avere più o meno la sua età, ma aveva in faccia i segni del sonno arretrato e sembrava scosso, teso da una forza interiore in conflitto con il mondo. L'accento era inconfondibile.
- Fa parte della delegazione irlandese?
L'altro sbuffò.o
- Sì. Prigioniero qui dentro da tre giorni. 
Ned sedette in poltrona con movimenti delicati, quasi temesse di turbare l'atmosfera intima del momento.
- Guerra o pace?
Lo chiese come fosse la domanda più innocente.
L'irlandese lo guardò senza imbarazzo.
- Lei che dice? Meglio una pace disonorevole o una guerra suicida?
- Dal disonore ci si può riscattare. - disse Ned. - Dalla morte no.
La risposta parve colpirlo, andò a sedersi di fronte a lui. 
- Ha idea di quanto odio sia in gioco? - Non attese una risposta. - Come si fa a sparare su gente inerme? Padri e figli che guardano la partita?
Di nuovo le grida, occhi che implorano pietà, il crepitare meccanico di una mitragliatrice, i bossoli che rimbalzano per terra. Si sentì stringere lo stomaco e dovette abbassare lo sguardo.
L'altro si protese in avanti. Non c'era ansia nella voce, ma una profonda stanchezza che a tratti pareva sconfinare nella delusione.
- Quegli uomini nell'altra stanza. - disse. - Sono i migliori politici che abbiamo, combattono con la sintassi, cercano di guadagnare ogni pollice di terreno. Ma la decisione finale spetta a chi ha la dinamite in tasca. E' per questo che mi hanno mandato qui. Credo che lei possa capire. 
Ned pensò che forse in quel momento era l'unica persona davvero in grado di farlo e che non c'era più bisogno che quell'uomo si presentasse. 
Guardò Michael Collins
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