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parole, un braccio proteso indica la direzione, qualche passo ancora, poi fanno accucciare gli animali di fronte a una casa addormentata. Solo uno entra, gli altri restano ai lati della porta. Non sembrano avere armi, ma è difficile dire cosa custodiscano sotto i mantelli. Davanti a loro si raduna una piccola folla, volti scuri, il sonno cancellato dalla curiosità. 
Quando l'alba inizia a spegnere le stelle una a una, l'uomo esce a volto scoperto. Qualcuno lo riconosce, un mormorio porta il suo nome di bocca in bocca, mentre lo osservano risalire in sella seguito dagli altri. 
Qualcuno racconterà che quella notte i magi sono davvero passati dal villaggio. 
Qualcun altro dirà che invece era il diavolo, accompagnato da due demoni. E, per chissà quale miracolo, piangeva. 

- Paddington! Stazione di Paddington! 
La prima cosa che mise a fuoco furono le goccioline di condensa sul bordo del finestrino, poi il vetro stesso, infine il capostazione sul marciapiede che agitando il campanaccio annunciava la fine della corsa.
Ned si riscosse dai ricordi e uscì in fretta dallo scompartimento. Raggiunse il predellino, dove lo investì il vento freddo che si infilava sotto la grande tettoia di ferro. Alzò il bavero del cappotto e si avviò in mezzo al viavai di viaggiatori fino a un taxi.
- Whitehall, per favore.
Lungo il tragitto osservò i pub affollati, i passanti che si affrettavano verso casa sotto la luce diafana dei lampioni. I destini dell'impero non erano affar loro, avevano altro da pensare, le mille preoccupazioni quotidiane a cui lui aveva rinunciato volentieri. Stava rientrando in gioco e sentiva una sottile emozione reimpossessarsi di lui. Avrebbe provato a rimediare, a concludere quello che aveva interrotto. Ricordò che al museo, Tolkien aveva citato il professor Hogarth. Spetta a noi decidere come usare la piccola forza creatrice che abbiamo in dote. 
Più prosaicamente, si trattava di salvare il salvabile e di riscattare un'amicizia. Quella con l'uomo che gli aveva donato un anello e un manto bianco da sceriffo del deserto, concedendogli di diventare una stella del firmamento. Non si nascondeva che l'amore per Feisal superava quello per la Gran Bretagna, ma aveva una certa esperienza nel far coincidere le due cose.
La convocazione era arrivata prima di quanto si aspettasse. Era convinto che dopo gli ultimi avvenimenti in Irlanda, Churchill avesse altre gatte da pelare. Tre settimane prima, a Dublino, i militari britannici avevano aperto il fuoco in uno stadio pieno di gente. Quattordici morti e sessantacinque feriti. Era la risposta alle eliminazioni di agenti inglesi messe in atto dall'I.R.A. L'Impero mostrava la sua faccia più rabbiosa e feroce. 
In mezzo al clamore, Churchill aveva colto l'occasione per proporre ai capi del governo clandestino irlandese una tregua e un negoziato. Mossa azzardata ma scaltra, che lo metteva sotto la luce del pragmatismo, quando l'esecutivo di cui faceva parte non sapeva più che pesci pigliare, né in Irlanda né in nessun altro angolo dell'Impero. Doveva ammettere che Churchill lo incuriosiva, iniziava a capire l'ascendente che aveva su Eddie Marsh. Era evidente che quell'uomo non perdeva la visione d'insieme, convinto com'era che esistesse una soluzione pratica per ogni cosa e di essere in grado di trovarla. 
Quando scese davanti alla mole biancastra del Ministero, alzò gli occhi sul massiccio edificio barocco. Era tetro e sporco. Rimase a guardarlo per qualche istante, prima che una folata gelida lo convincesse a entrare.
Un impiegato dall'aria grigia controllò la sua convocazione e lo spedì al secondo piano, dove un altro figuro si sperticò in formalissime scuse. Era molto spiacente, il ministro aveva avuto un contrattempo e gli chiedeva gentilmente di attendere in anticamera. Indicò una stanza in fondo a un corridoio, che Ned percorse a passi lenti, attutiti dalla moquette. Da una saletta laterale proveniva un brusio concitato, qualcuno
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