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iniziavano le preoccupazioni. Una voce interiore gli ripeteva che non avrebbe dovuto trovarsi in quella stanzetta claustrofobica, ma al fianco di sua moglie, e lo costringeva ad avvinghiarsi alla convinzione che lo aveva portato lì, in un ateneo giovane, dinamico, aperto alle novità. Era appena stato creato un corso per gli specializzandi in letteratura anglosassone e in Medio Inglese. Il capo del dipartimento di lingue voleva che il piano di studi venisse impostato su solide basi filologiche. L'incarico di fissare un programma era stato assegnato a lui. Considerazione, stima, spazio di manovra. Cosa si poteva desiderare di più? La propria famiglia. Si disse che era solo questione di tempo, quello necessario a trovare una sistemazione stabile per tutti loro. Ma quando?
Riprese a camminare, dalla finestra all'armadio, quattro passi e mezzo e ritorno, mentre l'ansia montava nel petto. Ricordava fin troppo bene quella sensazione di straniamento e abbandono, e la maledisse. Sentirsi lontani da tutto ciò che si ama, totale assenza di intimità con le voci, le presenze, gli oggetti. Era stato così in trincea e poi nei sanatori, nella miriade di posti dove la burocrazia militare l'aveva sbattuto prima che la guerra finisse. Conosceva i sintomi. Tachicardia, respiro affannoso, incapacità di fissare lo sguardo. Afferrò la maniglia, aprì la porta, la richiuse, si bagnò il viso nel lavandino, aveva caldo, tolse il gilet e la camicia, rimase in canottiera, rabbrividì, sempre più teso. Fu tentato di nascondersi sotto le coperte e riemergere solo quando la luce del giorno avesse fatto apparire il mondo meno cupo e la vista delle persone avesse consolato quella solitudine. Dormire era fuori discussione, non ci sarebbe riuscito. Lo spaventava l'idea di ritrovarsi solo, al buio, senza la presenza e il respiro di nessun altro. 
Doveva spostare la mente altrove, lontano da lì, ma anche da Edith e John. 
Lo sguardo cadde sui vecchi quaderni appoggiati sull'unico scaffale. Per qualche ragione li aveva portati con sé. Ne agguantò uno e l'aprì sulla prima pagina. Si mise a leggere con foga, poi più lentamente. Man mano che procedeva si accorse di recuperare autocontrollo. La storia era quella di Tùrin Turambar, una delle prime che aveva abbozzato. La decisione di abbandonare i racconti gli aveva impedito di rileggerla. Curioso che avesse dovuto arrivare fin lì per avere occasione di farlo. Si stese sul letto. In breve il mondo prima del mondo sostituì le pareti della stanza e Ronald si ritrovò tra valli e montagne, al tempo in cui il demone malvagio Melkor prendeva la propria rivincita sugli dèi, sfruttando le debolezze e i dissidi tra le creature della Terra. Ripercorse le imprese di Tùrin, cugino di quel Tuor che avrebbe portato in salvo i superstiti dalle rovine di Gondolin. Un destino più nefasto lo accompagnava nella lotta senza quartiere e senza speranza contro il potere oscuro. La conduceva insieme a una banda di predoni, ignaro della maledizione che incombeva sul proprio destino e quello di coloro che amava. Ogni vittoria, ogni nemico ucciso, non faceva che avvicinare Tùrin alla rovina. Padre, madre, sorella, alleati, finanche l'amico più fidato, tutti sarebbero stati travolti dalle sue migliori intenzioni e dalla sua cecità. E quando infine l'eroe avesse aperto gli occhi e capito, come Edipo non avrebbe potuto che rivolgere la forza contro se stesso, per punirsi di ogni empietà commessa.   
Era la storia di un fallimento implicito nel peccato stesso di immaginarsi "Turambar", Padrone del Fato. Come se il filo della sorte non fosse teso da una volontà più grande e insondabile. 
Si accorse che la lettura aveva sortito l'effetto catartico di una preghiera. Tornò alla finestra, fuori la notte era avanzata e si era fatta ancora più fosca. Cercò le stelle, ma non ve n'era traccia. Si ridistese e poco a poco scivolò in un dormiveglia affollato d'immagini. 
C'era un uomo legato a un albero
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