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sedeva da solo, il volto in parte coperto dal giornale, che richiuse quando scorse l'ospite avanzare verso di lui. Si alzò e lo accolse con un sorriso sottile.
- Mio caro Lawrence.
Una stretta leggera. Edward Marsh aveva l'aspetto azzimato di sempre. L'uniformità del gessato era interrotta da alcuni vezzi che, senza essere vistosi, rivelavano un certo estro. Una piccola spilla da cravatta d'argento, le ghette beige con i bottoncini di corno, l'anello della loggia al mignolo della sinistra. Seduti uno di fronte all'altro i due uomini producevano un netto contrasto.
La scena aveva a malapena distratto dalle edizioni della sera i pochi soci presenti, che già tornavano alla lettura e ai loro sigari.
- Accomodati. Un bicchierino di porto? - chiese Marsh. - Ah, già, sei astemio. Forse un tè?
Ned sedette di fronte a lui.
- Niente, grazie. 
- Il solito asceta, eh? Grazie, Samuels. - Un gesto elegante congedò lo steward. - Allora, come vanno le cose nella vecchia Oxford? Hogarth porta ancora a spasso quel grosso cagnaccio?
- Tutte le mattine. Ogni tanto, per la verità, lo faccio io.
- Devi assolutamente fargli avere i miei saluti. Ho saputo che Robert Graves è diventato padre per la seconda volta. Un maschio, vero?
- Sì. Mi ha chiesto di salutarti.
- Ringrazialo e digli che aspetto le ultime poesie. Spero venga a trovarmi, prima o poi, se la salute glielo consente. A proposito... - gli porse un volume rilegato. - Le poesie di Wilfred Owen. 
- Grazie.
- Siegfried Sassoon ha curato l'edizione, Dio gliene renda merito. Hai saputo che è tornato dagli Stati Uniti? Piuttosto affaticato, a quanto pare. Mai pensato di andare in America? Dopo il successo di Lowell Thomas ti farebbero ponti d'oro.
- E' un modo elegante per suggerirmi di togliere il disturbo?
Il sorriso di Marsh si incrinò appena.
- Oh, no, tutt'altro. A proposito, grazie di essere venuto.
- A cosa devo l'invito?
Marsh giocherellò con la catenella dell'orologio da taschino.
- Credo che tu possa immaginarlo e vorrei tenessi presente che non sono qui in veste ufficiale. Siamo solo due amici che chiacchierano al club.
- Per me sta bene.
Marsh si appoggiò allo schienale e accavallò le gambe. Prelevò un portasigarette d'argento dalla tasca interna della giacca e fece per offrirgliene una, ma si trattenne, ricordando che non fumava. Ne innestò una su un bocchino nero e l'accese. Per qualche secondo lasciò che il fumo si frapponesse tra loro, scrutando l'altro da dietro le volute. Ned ebbe la sensazione che si stesse chiedendo qualcosa su di lui, una domanda che non avrebbe potuto fargli. O forse cercava lo spunto per cominciare. Da un movimento lieve del corpo riuscì a prevedere il momento esatto in cui riprese a parlare.
- Ho letto i tuoi articoli sul Sunday Times. Piuttosto impietosi nei nostri confronti. Però sagaci, devo ammetterlo. 
- Grazie.
- Ho apprezzato meno la tua boutade con Sir Henry Wilson al ricevimento di nozze della figlia di Lord Ashton. Perdonami, ma le voci girano.
- Gli ho detto la verità. Dalla faccia che ha fatto è chiaro che non deve essere abituato ad ascoltarla spesso.
Le sopracciglia di Marsh si sollevarono fino a diventare due punte di freccia.
- Suvvia, è pur sempre il Capo di Stato Maggiore imperiale. Non è stato gentile dirgli che dovremmo essere buttati fuori dalla Turchia, dalla Mesopotamia e dalla Persia. 
- Non era mia intenzione essere gentile.
Marsh affilò di nuovo il sorriso a labbra strette.
- Per curiosità, hai tralasciato l'India di proposito o è stata una dimenticanza?
Il sarcasmo era fuori luogo. Non era arrivato fino lì per girare intorno alla faccenda.
- Mi fa piacere che tu abbia ancora voglia di ironizzare, Marsh, dopo che abbiamo ucciso diecimila arabi in una sola estate e siamo riusciti a coalizzare sciiti e sunniti contro di noi. Nemmeno i turchi erano riusciti a fare tanto. E, per inciso, il sangue versato in India lo sconteremo con gli interessi negli anni a 
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