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arrivata tre giorni fa. Mi dispiace, Jack.
Ripiegò il foglio e sorrise.
- Troveremo un'altra casa. Abbastanza grande per tutti e tre.
- Quattro. - lo corresse lei.
Simulò un colpo di tosse e andò ad aprire la porta a vetri che dava sul retro. Un essere nero e peloso zampettò in casa trafelato e si precipitò ad annusare i piedi di Jack. Quando gli infilò il muso tra le gambe, lui si ritrasse, cercando di allontanarlo. Il risultato fu una mano fradicia di bava.
- Maureen lo ha voluto a tutti i costi. Si chiama Max.
Richiamò il cane e lo fece uscire nel giardinetto retrostante. 
Jack andò in bagno a lavarsi via l'odore del cane e la stanchezza del viaggio. Si fissò a lungo nello specchio, avvertendo la presenza di un'incrinatura, senza riuscire a individuarla. Capì che non era la superficie di vetro: quel viso era deformato da qualcosa di impercettibile.
Era stato bravo. Meglio di un investigatore da romanzo d'appendice. La scoperta fatta a Dublino era da tenere ben stretta. All'improvviso si ritrovava a parte di un mistero, condiviso da una cerchia ristretta di persone, un piccolo discreto clan che si nascondeva da anni. Lui lo aveva scovato e questo gli dava una forza inaspettata. Si rivide davanti al registro parrocchiale della St.Peter's Church, in cerca di un atto di matrimonio che non avrebbe trovato. Man mano che sfogliava le pagine ingiallite dell'anno 1884, un presentimento era andato formandosi nella mente sempre più forte, dirompente. Voltata l'ultima pagina, la conferma era lì davanti a lui, più solida delle colonne di granito. Per sicurezza aveva consultato anche i registri dell'anno precedente e di quello successivo. Nessun Lawrence era emerso da quegli eleganti arzigogoli. Thomas e Sarah non si erano mai sposati in quella chiesa. Perché al battesimo del loro secondogenito avevano dichiarato il falso? La risposta escresceva, lapidaria, come un macigno al margine del campo visivo che bisognava sforzarsi di non vedere. Il vicario O'Brian era troppo giovane per ricordare fatti di trentacinque anni prima. Era stato gentile, ma non aveva altre informazioni da offrire.
Soltanto sul treno che lo riportava a Belfast, Jack aveva dato via libera alle congetture. Non si mente al battesimo di un figlio. A meno che non si abbia un motivo davvero valido, qualcosa che potrebbe compromettere il sacramento stesso, l'accettazione sociale. Jack ne sapeva qualcosa, erano due anni che sfidava i pregiudizi della famiglia e degli amici. Sapeva quant'era dura vivere fuori dalle consuetudini accettate. Sapeva quanto fosse più facile mentire. Perfino a un prete.
Uscì dal bagno ancora sovrappensiero e la trovò seduta sul divano, l'aria distesa, l'espressione vaga, la luce che indorava i capelli raccolti. 
- Vieni. Sdraiati.
Per un attimo Jack si trattenne, poi obbedì controvoglia. Poggiò il capo sul suo grembo e lasciò che lei gli accarezzasse i capelli. Chiuse gli occhi e immaginò ancora che fossero le dita di sua madre, in un tempo lontano, i muscoli distesi, la percezione del corpo che affondava sui cuscini e nel tessuto morbido della gonna.
- Rilassati. Dopo mi racconterai tutto. 
Lui fece per dire qualcosa ma lei lo zittì con un dito davanti alle labbra.
- Dopo.

35. Eddie Marsh


Lo steward lo squadrò dalla testa ai piedi. Era evidente che giudicava inappropriato il suo abbigliamento. Il taglio anteguerra della giacca; la cravatta di lana mal stirata; niente soprabito né cappello. Ma era nella lista degli ospiti di uno dei soci onorari, il segretario personale del Ministro della Guerra, e questo bastò a fargli chinare il capo e a invitarlo a entrare. Percorsero in silenzio la guida di velluto che portava nella sala grande, dove i ritratti dei soci fondatori del club osservavano severi i nuovi membri. La luce entrava da tre grandi finestre sulla stessa parete, l'ambiente odorava di libri e tabacco.
Lo steward indicò l'angolo in fondo alla sala, dove un uomo di mezza età
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