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la faceva apparire così agli occhi di Jack. Un luogo placido, dove il pensiero rimaneva al sicuro dagli affanni della storia, ben chiuso dentro palazzi antichi, colmi di libri e discussioni a bassa voce.
Le settimane trascorse in Irlanda gli avevano sbattuto in faccia cronache del caos. Era ripartito con il cuore pesante. Temeva che se i repubblicani avessero preso il potere suo padre potesse cadere vittima di qualche rappresaglia. In gioventù era stato un fervente oppositore dell'Home Rule e sarebbe rimasto fedele alla Gran Bretagna fino alla morte. Si considerava un illuminista e non c'erano dubbi che si trovasse a vivere nell'epoca sbagliata, aggrappato al passato, mentre intorno tutto bruciava. 
Nel paese imperversavano mercenari senza onore e riservisti ingaggiati dal governo di Londra perché sfogassero contro la popolazione civile l'odio accumulato sulla Somme. Bestialità ripagata con la stessa moneta: occhio per occhio, lutto per lutto, figlio per figlio. La "terribile bellezza" salutata da Yeats nella Pasqua del 1916 dispiegava tutta la sua potenza. Era la genesi del nuovo tempo, un parto di sangue, come ogni parto, da cui sarebbe dovuta sorgere la nuova Irlanda. Un'Irlanda irlandese, a detta dei repubblicani, anche se Jack faticava a capire cosa significasse e anche se il frastuono non lasciava ancora intendere ciò che sarebbe stato. C'era qualcosa di spaventoso nella fredda determinazione dei nazionalisti come Michael Collins. Il misticismo dell'ideale, la fede. Il fumo della dinamite puzzava di Dio. Qualcuno diceva che era una guerra di religione. 
Noi conosciamo il loro sogno; basta / Sapere che sognarono e sono morti; / E se fosse leccesso dellamore / A sconvolgerli fino a farli morire?
I versi del vate: troppo amore, un'affezione dell'anima. Quello era il genere di romanticismo che non serviva a interpretare il presente. Il suo amato Yeats si rivelava una delusione. 
Era felice di essere di nuovo lì, lontano da tutto. Certo non ancora libero di essere ciò che aveva scelto, ma più risoluto. Voleva farla finita con i sotterfugi. Per fare quello che doveva fare aveva bisogno di sentirsi inattaccabile.
Mentre camminava in direzione del centro, la falcata rivelava lo stato d'animo del viaggio di ritorno. Passò sotto l'orologio della Carfax Tower, all'ombra dei secoli, e proseguì sullo High fino al college.
Trovò Charlie Darsey nella sala comune, intento a leggere un libro. Si avvicinò, posò la valigia e gli tese la mano.
- Salve, Charlie.
L'altro lo guardò sorpreso, mentre ricambiava la stretta.
- Bentornato, Jack.
- Che ne dici di accettare le mie scuse per come mi sono comportato ultimamente?
- Vuoi dire che torni tra noi comuni mortali?
- Per la verità me ne sto andando.
Darsey si alzò in piedi.
- Che significa?
- Mi trasferisco. Ho preso una stanza.
- Lasci il college?
- Solo il letto e la mia metà dell'armadio. Lo dividerai con qualcun altro, magari più affabile di me.
Darsey lo accompagnò in camera, dove Jack si mise a riempire un'altra valigia con le sue cose.
- Ma perché? Non sarà per Moran, vero? Quello è antipatico a tutti.
Jack sorrise ancora.
- E' una storia lunga, Charlie. Per me è meglio così, credimi. 
- Hai chiesto la dispensa?
- Lo farò. Non avranno problemi a darmela, non credi? Mi tolgo dalle spese.
- Ma...ma... - Charlie sedette sul letto. - Io non capisco. E' per via degli incubi? Hai avuto una ricaduta?
Jack smise di piegare le camicie e lo guardò.
- La vita è già abbastanza complessa senza che la rendiamo più difficile. Quando si fa una scelta è meglio che sia la più chiara possibile. Altrimenti siamo deboli, vulnerabili. E io non posso permettermelo. 
- C'entra con i tuoi pomeriggi misteriosi, vero?
- Te l'ho detto. Ho bisogno di fare chiarezza. A proposito, hai visto Moran?
- Poco fa era giù nel quadrilatero che parlava con Pritchard. Lascialo perdere, quello.
Jack chiuse la valigia e Darsey si offrì di
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