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sudditi turchi, quindi nominalmente ancora in guerra contro di noi. Queste esecuzioni illegali provocheranno le ritorsioni degli arabi sui trecento prigionieri britannici che sono nelle loro mani? E, in questo caso, li puniremo con una rappresaglia ancora più severa e persuaderemo le nostre truppe a combattere fino all'ultimo uomo? Fino a quando permetteremo che milioni di sterline, migliaia di truppe imperiali e decine di migliaia di arabi siano sacrificati in nome di un'amministrazione coloniale che non è di beneficio a nessuno, se non agli amministratori stessi?

William Keane aveva abbastanza mestiere alle spalle per intuire a colpo d'occhio chi aveva davanti. Che fosse un ex-soldato era chiaro da come si era irrigidito quando gli aveva detto chi era. Anche la postura mentre sedeva ricordava trascorsi marziali. I vestiti erano di poco prezzo e avrebbero avuto bisogno delle cure di un sarto. I tratti regolari del viso erano adombrati dal pallore e da un accenno di barba non rasata. Tutto congiurava a identificarlo come un reduce sbandato, uno dei tanti che non erano riusciti a reinserirsi. Il modo in cui lo guardava, poi, suggeriva anche qualcos'altro: la consuetudine a occhiate indiscrete, ammiccanti, che faticava a trattenere anche in quell'occasione. Ma Keane non volle azzardare oltre.
Era stato un caso che si trovasse a rientrare in redazione a quell'ora, per sostituire un pezzo nell'edizione della sera. Il portiere non lo aveva salutato, impegnato com'era in una discussione accesa con quel tipo dall'aria trasandata. Keane si era fermato a osservare la scena divertito. Il giovane cercava di spiegare che aveva un'informazione importante per il direttore, qualcosa di segretissimo. Una battaglia persa. Il vecchio Singe era come uno di quei megaliti di Stonehenge: inamovibile, imperturbabile. 
Keane aveva provato un moto di solidarietà umana per il più anziano dipendente del giornale e aveva deciso di intervenire.
- Mi scusi, forse posso aiutarla io.
Il ragazzo si era voltato, esibendo il volto pallido, coronato da un ciuffo nero corvino. 
- Lei chi è?
- William Keane, il caporedattore.
Aveva proteso una mano che l'altro aveva stretto appena. 
- Il direttore non c'è e comunque non la riceverebbe mai. Può approfittare della mia presenza, se crede.
Il ragazzo ci aveva pensato sopra, poi aveva annuito, ma senza dire nulla.
Un cenno a Singe e il vecchio era tornato nella guardiola.
- Di che si tratta?
Il ragazzo gli aveva allungato un foglio di giornale sotto il naso, indicando un articolo.
- Di lui.
- Posso sapere a che proposito?
- La sua vita privata.
- Non potrebbe essere più preciso?
- Non gratis.
- Capisco. Perché non saliamo nel mio ufficio, allora?
Quando Andy Mills ebbe finito di raccontare la storia, Keane versò da bere per entrambi e scolò lo scotch d'un fiato. Anche se non li lasciava trasparire, i pensieri viaggiavano veloci e non gli davano il tempo di compiacersi per avere azzeccato l'identikit del soggetto. Una bomba ad alto potenziale. Di quelle che lasciano molte macerie e schegge incandescenti tutt'attorno. Da maneggiare con cura.
- Devo essere sincero con lei, signor Mills. E' una storia che avrebbe bisogno di qualche elemento concreto per essere comprovata. 
Il ragazzo annuì.
- Sissignore. Ce l'ho.
Keane poggiò le mani sul tavolo, l'espressione neutra. Vide il ragazzo tirare fuori dal taschino una chiave.
- Il suo appartamento. Dove vive quando viene in città.
Keane deglutì senza darlo a vedere, l'immagine di uno zeppelin tedesco sui tetti di Londra, pronto a sganciare, si materializzò nella mente.
La scacciò alzandosi dalla sedia. Raccolse giacca e cappello.
- Portami lì.
Presero un taxi fino al fiume e l'ultimo pezzo lo fecero a piedi. Era buio ormai e il quartiere governativo era un gatto placidamente acciambellato sulla pancia di Londra. 
Andy fece strada su per le scale e quando introdusse la chiave nella toppa, Keane non seppe cosa
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