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alzare lo sguardo, per fortuna è Geoffrey a mettersi giù e girarsi su un fianco. 
Per un attimo Ronald ha ancora l'istinto ipocrita di allungare la mano sulla sua spalla, ma si accorge di non riuscirci più. Si sdraia anche lui. Sotto il peso del cielo, della luna e di tutte le stelle, che strappa una preghiera. 

L'indice schiacciò una lacrima sull'orlo dell'occhio. Lo sguardo rimase fisso oltre il finestrino. Per qualche ragione gli sembrava che gli altri passeggeri nello scompartimento fossero attenti ad ogni suo gesto. Una signora dall'aria malaticcia, un giovane azzimato, una madre con il figlio al collo. La rigidità forzata di chi è costretto a condividere un piccolo spazio. L'Inghilterra scorreva rapida oltre il vetro. Direzione nord, la mente tesa tra Oxford e Leeds, tra il passato e l'immediato futuro. Bagaglio leggero. Le cose più importanti che si portava dietro: l'abbraccio di John alla stazione, il bacio di Edith, la mano sul suo ventre. Ma c'erano anche i dubbi, ben chiusi in valigia. Vecchi fantasmi e paure.
Sembra di averli traditi tutti, vero? 
Le parole di Lawrence potevano suonare sibilline solo per chi non era stato al fronte. Erano pronunciate per un estraneo di cui certo non poteva conoscere la storia, ma che in quel momento sentiva forse più vicino di chiunque altro. Ripensare all'ultima volta che aveva visto Geoffrey non lo faceva sentire meglio, ma era inevitabile. Avevano trascorso il resto di quella notte fingendo di dormire e all'alba si erano stretti la mano con un certo imbarazzo.
- Dio solo sa se non ti strozzerei per quello che hai detto, John Ronald. Ma ti voglio bene. Buona fortuna.
- Dio ti protegga, Geoffrey.
Nelle settimane seguenti aveva saputo che Geoffrey lo aveva cercato dappertutto. Ma ogni volta la sua compagnia se n'era appena andata, trasferita sul caotico scacchiere di quella Grande Spinta. Era facile immaginare che volesse parlargli ancora, cercare di convincerlo. Poi la piressia aveva gettato Ronald in una branda da campo, nelle retrovie, su un treno diretto a Calais, in un ospedale di Birmingham, di nuovo tra le braccia di Edith. La sua guerra era finita.
Era lì che aveva ricevuto la lettera di Chris dalla nave su cui prestava servizio: tre settimane prima Geoffrey era morto per le ferite riportate nello scoppio di una granata. Setticemia. Cancrena.
Immagini raccapriccianti, che Ronald scacciò ancora, mentre i campi si susseguivano monotoni: pecore, cavalli, case. Papaveri. Ripensò a una delle rare passeggiate che lui e Geoffrey avevano potuto concedersi, in un campo come quello, l'ultimo graziato dai bombardamenti e dalla marea di fango. Ogni fiore una macchia rossa. Protetto è questo angolo sull'alto campo mietuto a metà. Quanto era lontana Oxford, allora? Avevano parlato di letteratura, si erano scambiati appunti, infischiandosene della guerra, impedendole di strappare loro la visione del futuro. Non sapevano ancora che Rob era morto il primo di luglio. Si erano stesi entrambi nell'erba a faccia in su e Geoffrey gli aveva chiesto una poesia. Per evadere da lì, continuare a tenere in vita ciò per cui erano stati amici, il ricordo dei pomeriggi in biblioteca, i racconti condivisi, i sogni e l'avventura della giovinezza che finiva.
Lui aveva cercato il ricordo di Edith e del tempo prima della Caduta, prima che il mondo sprofondasse nella Somme. Si era aggrappato a quei pensieri e aveva cominciato.
Sorse Eärendel dalla coppa dell'Oceano 
sull'orlo tenebroso del mondo di mezzo...



Eärendel
Autunno 1920




32. Lettere


Gli inglesi sono stati condotti in Mesopotamia in un trappola da cui sarà difficile uscire con dignità e in modo onorevole. Sono stati imbrogliati grazie a una costante sottrazione di informazioni. I comunicati da Baghdad sono tardivi, insinceri, incompleti. Le cose stanno molto peggio di quanto ci è stato detto, la nostra amministrazione è più sanguinaria e inefficiente di quanto sappia l'opinione 
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