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allarmato. Mi aspettavo di trovare una guerra civile in pieno corso.
- In effetti abbiamo dovuto sventare il colpo di mano di un paio di capi arabi che si sono autoproclamati governatori. Fortunatamente non hanno riscosso molto seguito in città. Per qualche ragione a me ignota, Lawrence non ha voluto fucilarli.
Allenby solleva un sopracciglio.
- Lawrence? E' lui che comanda qui?
Chauvel annuisce.
- Come mandatario del principe Feisal. Date le circostanze e non avendo ricevuto disposizioni in merito, ho preferito lasciarlo fare. 
Clayton non trattiene un sospiro scoraggiato, mentre Allenby circumnaviga il tavolo a grandi passi, le mani dietro la schiena. 
- Prosegua.
- Gli arabi hanno messo in piedi una specie di consiglio di stato, presieduto dal maggiore Lawrence.
Allenby e Clayton scambiano un'occhiata esplicita.
- Il consiglio ha eletto governatore militare un certo Ali Riza Rikabi. - continua Chauvel. - Finora hanno fatto fronte alle emergenze immediate, ma il problema principale sono gli approvvigionamenti. Colgo l'occasione per fare notare che io ho quattromila cavalli da foraggiare.
Dopo qualche istante di silenzio Allenby rilassa i tratti del viso e si appoggia al bordo del tavolo.
- Molto bene. - Il commento lascia interdetti gli altri due. - Molto bene. - ripete. - Adesso comunque ci siamo noi. La Marina potrà sbarcare i rifornimenti a Beirut non appena la città sarà stata sgombrata.
Chauvel dà un sommesso colpo di tosse.
- La notizia è di poche ore fa, generale. Su Beirut sventola la bandiera araba. - indica il soffitto. - La stessa che abbiamo sulla testa. 
Allenby lo fissa stupito, mentre registra l'informazione. Alla fine scrolla le spalle.
- Meno lavoro per noi. - si china verso Clayton. - Lei ha creduto nella rivolta fin dall'inizio. Sembra proprio che i suoi bambini siano cresciuti.
In quel momento la sala si illumina a giorno. Gli ufficiali alzano gli occhi alla cascata di cristallo del lampadario fin-de-siècle che fino a quel momento non avevano notato. 
- Fiat lux. 
Riconoscono la voce e l'uomo sulla soglia, la mano ancora appoggiata all'interruttore.
- Ah, ecco il nostro dio in terra. - commenta Allenby.
Lawrence li raggiunge al centro della sala. Niente saluto, le vesti arabe e il copricapo logori, l'aspetto trasandato di chi si regge in piedi grazie alla forza di volontà.
- Santo cielo, quanti giorni sono che non dorme?
- Più o meno da quando siamo entrati in città. 
Clayton gli offre una sedia, che però lui rifiuta.
- Ben arrivati, signori. Damasco vi saluta. 
- Può farmi un rapporto esaustivo? - chiede Allenby.
Lawrence si passa una mano sugli occhi, per strappare il velo di stanchezza che li offusca.
- Certamente. Abbiamo messo in piedi un servizio di pubblica sicurezza e requisito tutto quello che poteva servire allo scopo. Il collegamento telegrafico con Gerusalemme funziona di nuovo. Le strade e l'acquedotto sono stati ripuliti. Abbiamo avviato il razionamento per la popolazione, ma i turchi hanno portato via tutto. I genieri sono appena riusciti a ripristinare la ferrovia, finora i viveri sono arrivati a dorso di cammello dai villaggi vicini. Stiamo sotterrando i cadaveri in fosse comuni, per sventare un'epidemia, ma ho un ospedale pieno di turchi feriti o moribondi. Manca qualsiasi cosa. Bisogna far arrivare viveri, medicine, personale medico...
- Non dimentichi il foraggio per i miei cavalli. - interviene Chauvel.
Lawrence annuisce nervoso. 
- Lo so, generale. Farò il possibile, se lei si impegna a contenere i suoi soldati che hanno fatto incetta di banconote turche e le stanno scialacquando in giro per la città. - Si rivolge agli altri due: - Nelle ultime quarantotto ore il denaro si è svalutato del trecento per cento. Stiamo provando a fissare un cambio con l'oro requisito ad Aqaba, ma non c'è una stamperia che funzioni. 
- D'accordo, d'accordo. - lo interrompe Allenby. - Risolveremo tutto.
Clayton richiama la loro attenzione
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