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della rivolta.
Ronald ascoltò la propria voce uscire bassa e vibrata, quasi non gli appartenesse. 
- Che ne è dell'anello?
- Me ne sono sbarazzato. - La mano sottile si aprì sulla superficie liscia del vetro. - Certe volte mi sembra di averlo ancora al dito. Come se mi mancasse. Credo sia il richiamo del comando, la voglia di sentirsi ancora al centro degli eventi, fare la differenza. O soltanto l'assurda pretesa di riscattare i morti.
C'era qualcosa di penoso, di commovente, nel modo in cui fissava gli anelli.
Ronald ricordò la passeggiata con Hogarth in quelle sale.
- Proprio qui, una volta, mi è stato detto che spetta a noi decidere come usare la piccola forza creatrice che abbiamo in dote. 
Lawrence sorrise.
- Il vecchio Merlino lo ha detto anche a me, molto tempo fa. - Si voltò a guardarlo. - Come prosegue la sua storia?
La domanda era giunta inattesa. Ronald si accorse di non avere risposte.
- Non lo so.
- Allora forse dovrebbe scoprirlo. 
Ronald annuì, senza sapere cosa aggiungere. Lawrence tornò a fissare gli anelli.
L'ultima cosa che vide prima di lasciarlo fu la sua immagine riflessa nel vetro. 

29. Daini


Robert l'avrebbe definita una primavera onnipotente. Come tutte le primavere, del resto, che sembrano sempre uniche. L'aria era fresca abbastanza da tenere desti i sensi senza congelare le idee. Un'agitazione sottile attraversava sottopelle la città, l'aria trasportava i suoni in modo più acuto e vivido. Gli scoppi di risa degli studenti agli angoli delle strade o nei pub potevano far tremare i nervi, ma non paralizzavano, anzi, costringevano ad accelerare il passo al ritmo di pensieri più veloci, più coerenti. A tratti gli sembrava di non essere un veterano in congedo, padre di famiglia, afflitto da traumi psichici, ma soltanto un uomo di venticinque anni che camminava per la città, incontro a quello che il giorno avrebbe riservato. 
Il fatto era che i nervi non gli consentivano di passare molte ore tra i pianti dei bambini, e questo lo spingeva inesorabilmente a valle, dove, consapevole del proprio azzardo, riscopriva il consesso umano.
Vedeva T.E. quasi tutti i giorni. Andavano in giro a piedi, intorno a Oxford, oppure trascorrevano ore a parlare nel suo alloggio. Si erano spinti spesso fino a Elsfield, per approfittare dell'ospitalità di John Buchan, il romanziere, che nutriva una vera passione per le imprese di T.E. 
Buchan era una curiosa specie di conservatore, con il quale Robert aveva scoperto di avere una paradossale coincidenza di vedute. Almeno in parte. Le loro discussioni finivano spesso in una gara a chi si accaniva di più contro i liberali e Lloyd George.
Poi c'erano i letterati a caccia di ispirazione. I più detestabili. La fama di Lawrence d'Arabia li attirava a All Souls come il miele le mosche. La sera prima Robert aveva dovuto forzarsi per non litigare con Ezra Pound. Quell'americano saccente l'aveva fatto pentire di essersi messo a discutere con lui. Continuava a parlare del "vortice". Quale vortice? Era la sua idea di poetica? A Robert faceva venire in mente il risucchio in fondo al lavandino. Quel tizio era convinto che la poesia potesse fare a meno della sintassi, che dovesse sbarazzarsene come di una vecchia armatura, per sprigionare nel mondo il vorticoso sentimento interiore. Ma il linguaggio è un codice, serve a comunicare, se lo elimini chi ti capisce? A un certo punto Robert aveva rimpianto la buona vecchia dialettica pugilistica: un jab al mento l'avrebbe messo a tacere per un po'. Aveva perfino immaginato di farlo. Non aveva niente contro il modernismo, la poesia aveva bisogno di battere nuove piste, ma certo non aveva bisogno di gente tanto piena di sé. L'unico atteggiamento serio nei confronti della propria epoca era quello di non prenderla troppo sul serio.
T.E. aveva assistito alla discussione in silenzio, molto divertito. Quando Pound se n'era andato, Robert si era rilassato sulla poltrona sbuffando fuori l'aria che
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