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Gondolin.

L'uditorio era circoscritto agli studenti e qualche professore, che ascoltavano composti, in un silenzio assoluto. Ronald lesse lentamente. Sapeva di non avere una buona dizione, a scuola Chris lo canzonava, diceva che ci voleva un interprete. Cercò di mettere più foga nella descrizione del grande assedio, attento a non mangiarsi le parole. Rallentò al momento della morte tragica di re Turgon, arroccato con pochi fedelissimi sull'ultima torre, cinta dalle fiamme e infine sbriciolata in un boato terribile. La voce si arrochì quando giunse al sacrificio eroico di Glorfindel che affrontava il Balrog, il demone degli abissi, per consentire la ritirata dei profughi e dei feriti. Il silenzio si fece ancora più denso, mentre il mostro ferito a morte afferrava i capelli dell'elfo con l'ultimo scatto rabbioso e lo trascinava con sé in fondo al dirupo. 
Infine recuperò fiato insieme ai superstiti che discendevano lungo il fiume Sirion, fino alle coste del Grande Mare, sotto la guida dell'eroe Tuor. Con lui c'erano anche la moglie Idril e il figlio di pochi anni. Il suo nome era Eärendel, mezzo uomo e mezzo elfo, pronto a crescere splendido nella nuova casa del padre, sul confine sottile tra il fiume e il mare. Il mare che ne avrebbe segnato il destino di navigatore. 
Alzò lo sguardo, aspettando di vederli comparire in mezzo agli altri, rigidi nelle uniformi scure. Ma al posto degli spettri inquadrò un volto noto in fondo alla sala. Appena una frazione di secondo, prima che venisse cancellato dallo scroscio dell'applauso.
Si lasciò avvolgere dalle strette di mano e dalle domande che seguirono la lettura. Vecchi e nuovi studenti si complimentarono con lui e pretesero di sapere qualcosa di più sulla sua idea di elficità e se la storia avesse un seguito. Colse qualche nome, Dyson, Coghill, gli parve. Lo trascinarono al rinfresco a base di tè e panini. Si sentì stupido. Evocare i fantasmi era affare da stregoni e lui certo non lo era. Frugò i volti che lo circondavano, in cerca di quello che aveva intravisto, finché non si convinse di averlo immaginato. 
Più tardi, mentre tornava verso casa, si ritrovò ad alzare gli occhi sulle finestre dell'Ashmolean Museum, ancora illuminate. Si fermò in mezzo al marciapiede, appeso a un presentimento che premeva per diventare intenzione. Senza pensare raggiunse la scalinata.
Il custode lo riconobbe, anche se non tornava al museo da molto tempo. Rispose al saluto militare e seguì la propria intuizione all'interno.
Al piano superiore la teca con gli anelli brillava in mezzo alla sala. 
Lawrence si voltò appena, senza meraviglia, quasi lo stesse aspettando.
- Salve.
Ronald si avvicinò. 
- Era alla lettura?
Lawrence annuì.
- Mi sono intrufolato. Lei è un ottimo narratore, lo sa? Al contrario di me, che non riesco a scrivere quello che vorrei. 
- I miei sono mondi fantastici...
- Di cos'altro potremmo scrivere se non di ciò che ci riguarda? La sua storia parla dei sopravvissuti a una guerra. Gente come lei e me. E di quelli che non ce l'hanno fatta. 
Ronald non seppe cosa aggiungere. Aveva ragione, ma sentirselo dire da un estraneo lasciava senza parole. 
- Sembra di averli traditi tutti, vero? - aggiunse Lawrence. - Amici, fratelli... 
Ronald ebbe di nuovo l'istinto di confidarsi con lui, come mesi prima, quando si erano incontrati nello stesso posto. Eppure tra loro rimaneva una barriera. Quell'uomo indossava una corazza di metallo elfico. Leggerissima e al contempo impenetrabile.
Lo vide avvicinare il viso alla vetrina.
- Ricorda cosa mi disse a proposito della corruzione del potere?
- Mi sembra di sì. - rispose Ronald, e in quel momento capì che era Lawrence a volersi confidare.
- Per due anni ho portato un anello come questi. Me ne sono servito per condurre le persone che si fidavano di me a un trionfo vano. Ho imbrogliato loro e me stesso. E' questo che dovrei scrivere, quanto mi è costato. Difficile conciliarlo con l'epos
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