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compiacente.
- Lei è aggregato allo Stato Maggiore di Allenby?
- Sì.
- Cosa pensa di lui?
- E' un genio militare. Vincerà questa guerra.
La penna scivola velocissima sulla pagina.
- E lei? Qual è il suo ruolo nella campagna?
- Mi occupo di treni.
- Per essere una mezza leggenda è fin troppo modesto. Ho sentito dire che ha fatto saltare in aria il treno del governatore turco.
- E' stato un caso. Con i primi due convogli avevamo fallito, l'innesco era difettoso. Se avessimo saputo che il treno era pieno di soldati non lo avremmo mai attaccato. Abbiamo perso troppi uomini in quell'assalto.
- Quanti treni ha fatto saltare finora?
- Più di venti. 
L'americano scuote il capo estasiato, senza smettere di scrivere.
- Se dovessi dire ai lettori del mio giornale chi è il maggiore Lawrence?
- Un archeologo prestato alla guerra.
- Mi tolga una curiosità. Che fine ha fatto la sua uniforme? Questi vestiti sono un modo di accattivarsi la simpatia della popolazione locale?
- In un certo senso, signor Thomas, questa è un'uniforme. Questo pugnale, questo agal, e  l'anello dicono che sono al servizio di re Hussein della Mecca e di suo figlio Feisal, i nostri alleati arabi, e che godo della loro benevolenza. 
- Fantastico. Mi parli di loro. Per cosa combattono?
- Per una nazione araba. Una casa dove tutti gli arabi possano vivere liberi e in pace.
L'americano alza lo sguardo. 
- Dice sul serio? 
- Sì.
Il giornalista si gratta la testa.
- Avrà sentito dell'accordo Sykes-Picot. I bolscevichi l'hanno reso pubblico subito dopo il colpo di stato. Un bel mattacchione quel Lenin.
- Ne so quanto lei.
- Libano e Siria ai francesi, Palestina e Mesopotamia agli inglesi, il Caucaso ai russi. Gli arabi dove sono nominati?  
Lowell Thomas lo osserva rimanere in silenzio. Immagina che stia cercando una risposta, eppure non dà segni di nervosismo, piuttosto sembra valutare la sincerità della domanda. Ha una postura regale, come portasse un peso... una corona, sì. Risponde senza scomporsi.
- A quanto pare quell'accordo è stato siglato prima che la rivolta scoppiasse. E prima che decidessimo di avvalerci dell'apporto di Feisal per sconfiggere i turchi. 
- Sta dicendo che per lei non ha valore?
- Sto dicendo che in guerra le cose cambiano. 
Il giornalista chiude il taccuino e ci appoggia sopra la penna. Niente più sorrisi.
- Non lo scriverò, è una curiosità personale. Come hanno preso la notizia i suoi amici arabi? 
- Volevano smettere di combattere.
- E lei li ha convinti a non farlo?
- Sì. 
- Deve avere una buona dialettica.
- Non hanno alternativa. Se si ritirassero adesso verrebbero messi da parte per sempre. Se vogliono sperare di ottenere ciò che gli spetta devono combattere fino alla fine.
Lowell Thomas annuisce.
- Argomentazione ineccepibile. Vorrei farle delle foto. Ho con me un cineoperatore, mi piacerebbe anche riprenderla in azione.
- Noi scorrazziamo parecchio. E' difficile starci dietro.
- Non le darò problemi, glielo prometto.
- Credevo volesse raccontare l'avanzata di Allenby, non la rivolta araba.
Il sorriso ammiccante dell'americano torna a galla.
- Credevo fossero la stessa cosa. 
Anche l'inglese sorride, adesso, mentre si alza e prende congedo.
- Ripartiamo tra qualche giorno. Andiamo a incontrare Feisal nel suo quartier generale ad Aqaba. Ha il tempo di ripensarci.
Lowell Thomas rimane solo nella stanza e si sposta alla finestra per vederlo uscire in strada. Un gruppo di beduini lo aspetta in piedi e lo attornia come un piccolo sciame. Lo seguono e al contempo lo proteggono, lanciando occhiate fosche a chiunque li incroci. Facce scure, bandoliere, pistole e scimitarre in cintura. Gli uomini del deserto. La storia che cercava. Si siede e riprende a scrivere finché un rumore di tacchi a passo di marcia lo fa alzare di scatto.
Il Toro arriva come una folata di vento, un vortice che risucchia l'aria. L'americano deve trattenere l'istinto di scattare
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