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di quelle spedizioni segrete in cima alle scale. Nascosti lassù, si sentivano gli esploratori di un regno incantato, in preda a una gioia che soltanto da bambini si può provare. Ed era ancora lì che si erano rifugiati il giorno che la mamma era morta.
Jack si incamminò. Era una bella serata e non aveva la minima traccia di sonno. Riattraversò le vie del centro. Alla luce nebbiosa dei lampioni le moli della Bodleian Library e della Radcliffe Camera erano giganti assopiti. Preferì passare sotto il Ponte dei Sospiri, quell'angolo di Venezia riprodotto per la gioia dei neoclassicisti. Lo investirono il vocio e le risate dal vicoletto quasi invisibile alla sua sinistra. Era sabato sera, il Turf doveva essere stipato di studenti. Si infilò nello stretto passaggio sufficiente appena per una persona e lo seguì fino a sbucare nella piccola corte. Dalle finestre aperte del pub appoggiato alle antiche mura usciva una luce gialla e fumosa che invitava a entrare. Lo fece e si ritrovò sotto il soffitto basso, in mezzo ai tavoli pieni di boccali, attorniati da gente allegra.
Ordinò una birra al bancone e si mise a sorseggiarla rivolto alla sala, in cerca di una faccia nota. Sperava di incontrare Darsey e chiedergli scusa. Dopo l'ultima discussione erano rimasti chiusi in una cortesia formale. L'alcool poteva favorire una riconciliazione. Di Moran invece non gli importava, aveva scelto di fingere che non esistesse. Per ora la sua apparizione in Warneford Road non aveva avuto conseguenze. Se voleva spiare la sua seconda vita, denunciarlo al consiglio d'istituto, ricattarlo, che lo facesse. Non gli avrebbe dato soddisfazione. 
In quel momento si accorse di Barfield e degli altri che gli facevano segni dal fondo della saletta. Mentre li raggiungeva riconobbe Harwood, un vecchio amico di Barfield, con cui aveva condiviso l'esame di Lettere classiche. Un ragazzo compassato, con lo snobismo tipico di quelli del Christchurch. C'era anche Leo Baker, un coetaneo patito di recitazione che condivideva la stanza di Barfield al Wadham. Infine James Vaughan, con la stessa aria trascurata di quando l'aveva conosciuto nel giardino della signora Moore.
- Dài, Jack, unisciti ai festeggiamenti. - disse Barfield. - Oggi James ha venduto un quadro.
Fecero tintinnare i boccali.
- Congratulazioni.
- Un incontro di artisti. - disse Barfield. - Un pittore - alzò il bicchiere davanti a Vaughan. - Un attore. - toccò a Baker. - E un poeta. - fu la volta di Jack, che storse la bocca come se l'amico lo stesse prendendo in giro.
L'espressione ammiccante di Vaughan lo fece sembrare più vecchio. - Quindi è vero che hai pubblicato una raccolta di poesie?
- Sotto pseudonimo. - rispose Jack. - La critica non mi ha degnato d'attenzione.
- Non prendertela. La mia prima esposizione è stata stroncata da tutti i critici. Mai stati così unanimi.
- E poi? - chiese Harwood.
- Sono ancora tutti d'accordo. - scherzò Baker.
- Non importa. - ribatté Vaughan allegro. - Quando ritrarrò Lawrence d'Arabia dovranno venirmi a baciare i piedi.
Barfield andò al banco a ordinare un secondo giro per tutti. Baker e Harwood si alzarono per aiutarlo a portare i boccali.
- Perché ci tieni tanto a fargli il ritratto? - chiese Jack.
- Quelli che l'hanno fatto finora non hanno colto nel segno. 
Jack si mise in ascolto.
- Prendi Augustus John. - continuò Vaughan. - Ha dipinto un serafico principe arabo con gli occhi azzurri. Quello non è un ritratto, è un monumento. Manca soltanto il cavallo. Anzi, il cammello. - rise da solo. - Per non parlare delle foto di Chase per lo spettacolo di Lowell Thomas. Ridicole.
Jack si rese conto che l'argomento lo interessava in maniera inconsueta. 
- Tu come lo dipingeresti?
Vaughan ci pensò un po', facendo fluttuare la schiuma in fondo al bicchiere.
- Minaccioso, forse. Il ritratto della nostra parte oscura.
- Non credo che avresti molto successo.
- Oh, non subito. Ma quando la verità verrà a
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