<?xml encoding="utf-8"?>
<A HREF="074#b" NOPUSH><</A>
come trovarsi in un sogno, senza alcuna memoria dei minuti precedenti, in mezzo a una battaglia che non può vedere, se non in forma di ombre che sfrecciano sopra la sua testa, attraverso il rettangolo di luce del finestrino. Solo più tardi, quando una goccia di sangue gli offuscherà la vista, si accorgerà della ferita alla fronte, poco più di un graffio da tamponare. Troverà anche un grosso livido sotto uno strappo della divisa, e avvertirà un fastidioso dolore al ginocchio, ma non prima di essere riuscito a mettersi in piedi sul vetro incrinato del finestrino e a capire che la carrozza è ribaltata su un fianco. Qualcuno, un ufficiale forse, si affaccia da lassù per gridargli di non uscire. Tenendosi stretto ai sedili capovolti, Jemal raggiunge la portiera del vagone e la spalanca con una spallata che gli toglie il fiato. D'istinto sguaina il revolver e si sporge.
Sparano dalle alture, tiri lunghi. I soldati rispondono al fuoco dalle carrozze. Un drappello di cammellieri sta trascinando fuori i cavalli dal vagone bestiame, approfittando della sparatoria. Li vede allontanarsi col bottino in direzione delle colline. Poco più in là riconosce la grassa sagoma di Shukair, il suo imam personale, che corre goffo rasente al treno, gli occhi sbarrati dal panico. Sembra scivolare, invece sono i proiettili che lo sbilanciano. E' un bersaglio facile, continuano a colpirlo anche quando tenta di avanzare a quattro zampe, con un lamento simile al grugnito di un maiale, finché non rotola giù dal terrapieno. 
Jemal scruta le colline. Maledetti pazzi, probabilmente non sono più di cinquanta. I suoi soldati sono quattrocento. C'è un solo ordine da dare: il contrattacco.

Non riesce a correre, il piede gli fa male, sente i proiettili sfiorarlo, rimbalzare sulle rocce, e le grida di Ali che dice di salire, di non fermarsi. Non ce la fa, si acquatta dietro un masso, respirando a grandi boccate. 
- Scappa, Urens! Vieni via!
Fa segno ad Ali di proseguire e si volta a guardare ancora la carcassa del drago.
- Stanno arrivando! Corri, Urens!
Con uno sforzo immenso si rimette in piedi. 
- Oh, vorrei che tutto questo non fosse mai accaduto... - dice in inglese e lo ripete per scandire ogni passo e sfruttare tutta la forza della disperazione.
Ogni tanto getta un'occhiata alle spalle per controllare gli inseguitori. Dopo la sorpresa iniziale i turchi hanno serrato i ranghi e sono usciti per stanarli. Li vede ai piedi della collina, uniformi pulite, armi efficaci, buona mira. Un reparto scelto. Non doveva andare così.
Incespica, cade, quasi una benedizione. 
Lasciatemi qui.
E' finita.
Invece no. Vede Ali e i suoi uomini lanciarsi giù sparando come ossessi. I turchi ne abbattono almeno sei prima che riescano a raggiungerlo e a trascinarlo via. 
- Hai visto il vagone con le bandiere!? 
La faccia spiritata di Ali è contratta nello sforzo della salita. Non risponde.
- Là dentro c'è un generale di Stato Maggiore. Ci sono le insegne del IV° Corpo d'Armata.
Ali lo tira per la manica.
- Andiamo, Urens, non c'è tempo.
- E' Jemal Pasha!
- Se è vero ci inseguiranno fino all'inferno.
Auda li aspetta più su, con gli Howeitat e il resto dei Beni Sakhr che sparano per coprire la ritirata. Il fuoco di sbarramento blocca i turchi a metà del pendio.
Il vecchio capo afferra la mano dell'inglese e lo aiuta a salire.
- Sei ferito, Urens?
- Sì.
- Dove?
- Dappertutto, credo.
- Non hai tempo di morire, dobbiamo andare via da qui. 
- Aspetta, devo avere un piede rotto. Fammi riposare un attimo.
Lo sguardo del vecchio predone è un fulmine di rabbia.
- Dio è grande, ma non chiedere troppo alla sua benevolenza.
Lo spinge in alto con tutta la forza, verso i passi che mancano alla cima.

Nessuno può vederlo in volto, perché gli occhi abbagliano fino ad accecare. 
Jemal si tocca la tempia e guarda le dita macchiate come se quel sangue non gli appartenesse. 
Scaccia gli attendenti che vorrebbero
<A HREF="076" NOPUSH>></A>