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misteri. 
Nell'unica lettera che gli aveva scritto, T.E. aveva detto di avere bisogno di solitudine per finire il libro. Come se Londra non fosse anche più mondana e frequentata di Oxford. Ma certo nella capitale era più facile eclissarsi. 
Nelle ultime settimane i giornali non facevano che parlare degli scontri in Medio Oriente, confermando ogni più fosca previsione. I francesi avevano fatto appello agli accordi prebellici con gli alleati e si erano decisi a far valere il proprio diritto sulla Siria. Il velo di menzogne era caduto, Lloyd George non aveva più potuto temporeggiare e aveva tolto l'egida su Damasco, lasciando che le truppe francesi occupassero la città per instaurare un protettorato. I siriani avevano opposto resistenza, c'era stato un bagno di sangue. La partenza del principe Feisal era stata sufficientemente rapida da potersi definire una fuga. 
Robert cercava di immaginare come dovesse sentirsi T.E. davanti a quegli avvenimenti. Feisal rigettato nel deserto, gli abitanti abbandonati alla ferocia dei francesi, l'indipendenza araba schiacciata dalla ragion di stato. 
All'improvviso colse un movimento di formiche nel Quadrangolo, insieme a un vocio allarmato. Dalle finestre delle stanze gli studenti si sporgevano fino a rischiare di cadere. Qualcuno indicava verso l'alto. Robert tornò a guardare le guglie di All Souls e solo allora si accorse che sulla cima del torresotto non sventolava lo stemma del college. Lo scaglione con i tre fiori scarlatti su campo giallo aveva lasciato il posto a un rettangolo rosso che gli parve di riconoscere.
Non trattenne una risata d'entusiasmo. 
Una sola persona al mondo poteva arrampicarsi su quei tetti per issare la bandiera dell'Hejaz. 

Lo trovò seduto sui tappeti, indaffarato a leggere la posta arretrata, in mezzo a uno stuolo di buste aperte e fogli di giornale. La faccia era quella di un convalescente in via di guarigione.
Lo accolse con calore, domandò del piccolo David e della famiglia, gli offrì il consueto boccale di birra e i biscotti che aveva ricevuto da un'ammiratrice.
Robert indicò il vuoto sulla parete dove di solito campeggiava il vessillo dello sceriffo della Mecca.
- Una rentrée in grande stile.
- Non era me stesso che volevo annunciare.
T.E. agguantò la campanella dalla mensola e la sbatacchiò fuori dalla finestra.
- Sveglierai tutto il college!
- Bisogna svegliarlo. Sarebbe ora che si rendessero conto che fuori di qui il mondo va a rotoli. 
Robert annuì.
- Ho letto i giornali.
La campanella tornò al suo posto. T.E. parlò dal basamento del camino. 
- Credimi, non è ancora niente. Ho spedito un paio di lettere che non potranno non pubblicare. - lanciò un'occhiata al ritratto di Feisal. - Voglio che si sappia come l'Inghilterra tratta i suoi alleati. La parola che abbiamo speso in guerra non vale nulla, ma per gli arabi la parola data è tutto. La Siria è solo l'inizio, tutta l'area scoppierà come una polveriera. Siamo governati da gente sorda e cieca. Hanno una tale paura del contagio bolscevico in Europa da non accorgersi che la Russia è anche un paese asiatico. Quella rivoluzione è una lezione per tutti i popoli del continente, la dimostrazione che i poveracci e gli incolti possono conquistare il potere. E noi? Somministriamo sempre la vecchia e odiosa medicina inglese: il piombo.
Robert si mise in guardia.
- Ben tornato sul ring, vecchio mio.
Fece per avvinghiarlo con un abbraccio da pugile, ma lo vide irrigidirsi in un'espressione ostile e rinunciò subito allo scherzo. In quel momento si rese conto che non si erano mai toccati, fatta eccezione per la prima stretta di mano. Ma certo la fobia per il contatto fisico non era la patologia più strana che si potesse riscontrare nei reduci.
- Cosa è successo a Londra?
T.E. scese dal piedistallo e si stravaccò sulla poltrona, una gamba penzolante dal bracciolo, le mani giunte sullo stomaco.
- Ho toccato il fondo, credo. E ho capito che non aveva
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