<?xml encoding="utf-8"?>
<A HREF="068#b" NOPUSH><</A>
tutti sulle piazze, perché il messaggio fosse chiaro.
I nomadi sono un'altra cosa, il deserto è il luogo ideale per far nascere idee insane. Gli uomini che inseguono i propri sogni nel deserto sono pericolosi fanatici oppure profeti. 
Il treno entra in una galleria e per un attimo, prima che le luci si accendano, lo scompartimento resta al buio. Quanto basta perché l'uomo riveda la ragazza che ancora visita le sue notti. Lo stesso sguardo che una volta le ha salvato la vita. Occhi verde mare, cangianti come le stagioni. Pelle chiara e capelli corvini. 
- Dimmi chi sono io, dolce Miriam.
- Tu sei il mio signore.
Le braccia candide rilasciate tra le lenzuola, l'aria satura dell'afrore dei corpi.
- Sono il padrone del tuo destino. Potrei farti uccidere alzando un dito e saresti solo un altro corpo in cima al mucchio.
- Quando, mio signore? 
- Un giorno, quando ne avrò voglia. Adesso raccontami una storia. E che sia una buona storia.
La ragazza si avvicina e gi parla all'orecchio. La voce calda e sicura. 
- Si racconta che un cavaliere avanza veloce sul crinale delle montagne. E' vestito di bianco e nessuno può vederlo in volto, perché gli occhi abbagliano fino ad accecare. Ha il potere di distruggere ciò che tocca e il dono di essere ovunque. A volte è solo, a volte guida schiere di cavalieri. Nessuno sa dove si nasconda. Appare e scompare. Il deserto è la sua casa, le rocce il suo cibo. E' come l'aria, come il vento che soffia. Un giorno attraversa il Grande Nefudh, il giorno dopo si bagna nel Mar Morto. Il suo nome vola da un'oasi all'altra. I pellegrini in viaggio verso la Mecca lo avvistano nelle tempeste di sabbia e lo chiamano Iblis, il Diavolo. Tutti lo temono. Anche tu.
L'uomo le passa le dita sulla gola, la carezza allude a una stretta imminente, ma la ragazza lo guarda senza timore. E' quell'aria di sfida ad averlo eccitato fin dal primo momento che l'ha vista, sola e lercia in mezzo ai morti, unica superstite dello sterminio. Ha deciso di raccoglierla e portarla con sé, per provare l'ebbrezza di dio e giocare con la nemesi.
- Io non ho paura di nessuno. Conosco questa storia. Il tuo diavolo non è altro che un ufficiale inglese, alla testa di un'orda di beduini cenciosi. 
- Ha conquistato Aqaba.
L'uomo si scosta.
- Tu cosa ne sai?
- Tutta Damasco ne parla. Anzi, sussurra, per non fare arrabbiare il nostro signore. 
- Non riuscirai a farti uccidere così facilmente, dolce Miriam. Non ancora.
Jemal Pasha, governatore militare di Siria, Palestina e Arabia, si desta dai pensieri all'uscita della galleria. Il paesaggio è più brullo e desolato. La ferrovia è l'unica traccia umana. Il treno corre veloce, carico di uomini e armi, su quella meraviglia della tecnica che fora montagne e supera fiumi. Gli ingegneri tedeschi l'hanno progettata per il Sultano, così che possa spostare le truppe da un capo all'altro dell'impero con rapidità. E i tedeschi non sbagliano, calcolatori metodici di chilometri, tonnellate, uomini. 
La ferrovia è tutto, Allenby lo sa. Per questo manda i suoi agenti a insegnare ai beduini come usare gli esplosivi e farla saltare. Per questo il Diavolo cavalca sulla bocca dei pezzenti, anche se è soltanto una pedina nel cozzare di colossi in lotta. 
Jemal non teme gli uomini, ma il caos. L'aria sporca, intrisa di polvere, che nei giorni di vento caldo giunge a folate da oriente e sembra corrodere perfino il metallo. La sabbia che s'insinua dappertutto, nelle case, sotto i vestiti, e ricopre ogni cosa, anche le vestigia degli imperi. E' l'orrore di quello spazio liscio e indistinto, là fuori, a renderlo nervoso, il pensiero di qualcosa che può travolgere intere città, come fu per Ur e Babilonia. Meglio sarebbe arrendersi agli inglesi, allora. Meglio trattare una resa onorevole coi propri simili, piuttosto che cedere alla forza del vuoto. 
Gli arabi e il loro Emiro Dinamite venuto dal freddo non sono niente. Pidocchi sulla schiena di un gigante: il
<A HREF="070" NOPUSH>></A>