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l'attacco ad Arras. Alcuni erano senza testa e gambe, proprio come quegli indumenti. Distolse lo sguardo. Non voleva rovinare il momento. Due settimane prima aveva superato gli esami con il massimo dei voti, si sentiva bene, i sensi risvegliati dalla primavera, i contorni delle cose netti, i colori vividi e rassicuranti. Niente brutti ricordi: un armistizio col mondo era la concessione a se stesso per quel sabato pomeriggio.
Si accorse che Owen Barfield cercava il suo sguardo per indirizzargli una delle sue stoccate. Lui gli fece una boccaccia e si affrettò a sedere con indifferenza accanto a James Vaughan, il più taciturno degli ospiti. Era un tipo alto, capelli biondi un po' radi e spalle spioventi. Senza giacca, con i polsini sbottonati e la postura rilassata aveva un'aria vagamente bohémienne. Fino a quel momento era rimasto rintanato all'ombra della siepe, forse per proteggere il viso diafano dai raggi del sole o dormire fingendo un ascolto rapito. Quando si accorse di Jack ritirò le gambe da sotto il tavolino come volesse scusarsi della loro lunghezza. 
- Esecuzione impeccabile. - disse.
- Non è del tutto vero, ma Maureen apprezzerà il suo incoraggiamento.
Jack notò che Barfield era stato intercettato dalla signorina Wibelin, ma continuava a guardare nella sua direzione, in attesa di sganciarsi. Pensò che una chiacchierata diversiva con Vaughan l'avrebbe protetto. Era un pittore, Barfield l'aveva conosciuto a un corso di nonsocosa, o forse al pub. Difficile dire che tipo fosse, ma Barfield aveva garantito la sua discrezione. Era sicuramente più anziano di loro, poteva avere una trentina d'anni portati male, gli occhi coronati da rughe sottili, solchi profondi ai lati del naso. Per qualche ragione a Jack pareva vagamente effeminato e la cosa lo metteva a disagio. 
- Lei è di Oxford, signor Vaughan?
- Oh, no, sono un maledetto gallese. - si batté il palmo sulla guancia come lo portasse scritto in faccia. - Mi hanno mandato qui a studiare e... - sorrise. - ...ho trovato una nicchia comoda. Ma per favore, niente signor Vaughan. Ogni volta che mi chiamano così mi viene in mente mio padre.
- D'accordo. 
- Rapporti difficili quelli con i padri, non trovi?
Per essere rimasto zitto così a lungo era piuttosto spigliato. Aveva una voce calda.
- Senza dubbio. 
- Il tuo com'è? 
- Irlandese. 
- Oh. - Vaughan annuì, come non ci fosse da aggiungere altro. Questa volta la guancia venne accarezzata con un gesto delicato. - Il mio è fornitore dell'Esercito. Da quando mi hanno giudicato inabile al servizio in Francia per via dell'asma, ai suoi occhi sono inabile anche come figlio. Per facilitargli le cose sono diventato socialista e ho stappato una bottiglia del suo vino d'annata il giorno che i bolscevichi hanno firmato la pace. Come biasimarlo se non mi ha più voluto tra le mura domestiche? Tu hai combattuto?
- Sì. Piccardia.
- Beh, almeno non devi portare l'onta. - Vaughan scrollò le spalle. - Non che per me faccia molta differenza. Io dipingo, non devo sorseggiare porto al Circolo Conservatore insieme ai maschi della mia famiglia. 
- Se vivi di pittura sei un artista quotato.
- Le uniche quote che prendo sono quelle del mio allibratore. Pur di tenermi alla larga da casa mio padre mi ha garantito una piccola rendita. Abbastanza da concedermi uno sguardo annoiato e cinico sul mondo. Ma non si sa mai. Se riesco a ritrarre Lawrence d'Arabia magari entro di straforo nella storia. E' tornato a Oxford, lo sapevi?
- C'è qualcuno che non lo sa?
Vaughan si esibì in una smorfia indecifrabile.
- E' cambiato parecchio da quando studiava qui. Ha un'aria più... - riuscì a smarrirsi in cerca della parola mancante, fece un gesto come volesse afferrarla.
- L'hai conosciuto? - intervenne Jack.
Vaughan si rassegnò a non trovare l'aggettivo.
- Eravamo entrambi al Jesus. Tu invece sei allo Univ, vero?
- Che tipo era? Voglio dire, prima di diventare quello che è adesso.
- Intendi dire una
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