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per indirizzargli un sorriso triste.
- Peccato.
- Mi dispiace, signore.
Burnes si accorse della valigia sul letto. - E' in partenza? 
- Devo finire il mio libro.
- Non si trova bene qui, signore?
Ned si affrettò a scuotere la testa.
- Oh, no, è tutto a posto. Ho bisogno di restare solo.
- Capisco. Colpa dei fantasmi, signore.
Lui si sforzò di sorridergli ancora.
- Non prendertela. Tornerò presto.

L'acquazzone si era trasformato in una pioggerella fitta e sottile che pungeva le guance e rimbalzava sul cuoio della valigia, assicurata al parafango posteriore. Il vento aveva smesso di rovesciare ogni cosa e questo consentiva di pedalare più veloce. Si lasciò il centro alle spalle e scivolò rapido alzandosi sul sellino. Un uomo rannicchiato sotto l'ombrello al lato della strada si voltò a guardarlo passare.
Mentre filava per la strada deserta ripensò alla decisione presa. Doveva andarsene da lì, isolarsi, finire di scrivere ad ogni costo. L'ammirazione degli altri era un pessimo collega di lavoro. Robert ci sarebbe rimasto male per quella fuga, anche se era troppo impegnato con il figlio nato da pochi giorni. Questo dava l'occasione di non disturbarlo e di non fornire spiegazioni. Gli avrebbe scritto da Londra.
Quando svoltò in Polstead Road il temporale aveva ripreso intensità. Scese dalla bicicletta e la condusse a mano oltre il cancello, fino al riparo della tettoia. La appoggiò al casotto degli attrezzi, si asciugò la faccia con le mani e rimase a guardare l'edificio di mattoni rossi. Puntò la porta per qualche minuto, indeciso, poi scelse di andare sul retro. Percorse il viottolo di pietre fino al cottage in fondo al giardino.
Le finestre sembravano gli occhi di un animale addormentato, l'odore di erba bagnata pervadeva ogni cosa. Una goccia scivolava da una foglia, proprio all'estremità di un ramo. Rimaneva appesa alla punta, quasi sperasse di sottrarsi al destino delle altre. Poi si rassegnò a cadere senza rumore.
Ned ascoltò il proprio respiro, il fiato che si perdeva a un palmo dalla faccia. Una risata lo raggiunse da un'epoca remota. Non ne aveva mai ascoltata una più sincera: quella di chi non aveva mai visto una bicicletta prima di allora, mentre lui mostrava come si pedala.
Dita scure armeggiavano con l'obiettivo.
No, aspetta, così lo sporchi.
Si rese conto che entrare avrebbe reso le cose più difficili. 
Mentre tornava indietro scorse un'ombra attraverso la finestra della casa. Rimase in ascolto. Riconobbe le voci di sua madre e di suo fratello Bob. Brigavano in cucina in un giorno come tutti gli altri. Provò invidia per quella normalità riconquistata. La fede li rendeva capaci di accettare ogni evento come un segno divino. Non potevano capire la sua ansia. 
La tentazione di suonare il campanello svanì di colpo. Slegò la valigia dal parafango e si incamminò sotto la pioggia. Se marciava spedito poteva ancora salire sul prossimo treno per Londra.

Iblis
primavera 1920



23. Madre


La ragazzina sollevò l'archetto con gesto elegante, lasciando che l'ultima nota si librasse nel piccolo giardino, fino a confondersi con il cinguettio dei passeri. I presenti applaudirono e Maureen fece un inchino compito. Owen Barfield alzò il calice in suo onore, mentre la signorina Wibelin sorrideva compiaciuta del proprio lavoro. La signora Moore si complimentò con lei, prima di avvicinarsi a Jack e sfiorargli la spalla.
- In fondo è te che dovremmo ringraziare. - disse sottovoce.
Jack si schermì. Il baratto tra le lezioni di violino a Maureen e le sue ripetizioni di latino alla signorina Wibelin era uno degli affari di cui andava più fiero. Come aggiudicarsi un lusso senza sborsare un centesimo. 
Janie Moore servì ancora limonata ai pochi invitati. Era un pomeriggio piuttosto caldo per la mezza stagione, le giacche erano abbandonate su uno dei divanetti di vimini. A Jack ricordarono una catasta di morti in fondo a una buca di granata, durante
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