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biancheggia in fondo alla valle. Oltre il grappolo di case, il blu cobalto del mare seduce l'immaginazione, evoca il ristoro dei tuffi e la fine delle sofferenze, diluite in quella distesa sconfinata. Solo l'ultima trincea interrompe il miraggio, a mezza via dalla meta, un incaglio dello sguardo che richiama il dolore delle ferite e dei lividi, la stanchezza delle marce e delle battaglie. L'ultima fatica di Ercole.
Tutti attendono l'ordine di Auda. 
- Questa sera ci bagneremo nel Mar Rosso, Urens.
- Quante volte vuoi sconfiggere lo stesso nemico?
Auda lo guarda con diffidenza. L'inglese punta il frustino verso le difese turche.
- Trecento fanti asserragliati con il mare alle spalle. Lotteranno per la vita. Molti dei tuoi cadranno. - si fa più vicino. - Laggiù c'è un ufficiale che si sta chiedendo se deve sacrificare se stesso e i suoi soldati per il Sultano, per Jemal Pasha, per la Sublime Porta. E' quello che ci si aspetta da lui, ma per farlo dovrebbe negare il suo istinto di non combattere una battaglia persa, di rivedere la moglie e i figli.
- Che ne sai tu di lui? Cosa ti importa?
Un'occhiata furba. - Procurati un binocolo e stai a vedere.
Il vecchio capo lo guarda legare un fazzoletto bianco al frustino.
- Io non capisco il tuo modo di fare la guerra, Urens.
L'inglese affronta la discesa, affiancato da Nasir e Mohamed.
- Io non lo capisco! - gli grida dietro Auda.
Quando raggiungono le difese li investe il tanfo di sudore rancido che ristagna nella trincea. L'ufficiale in comando ha la divisa sgualcita e la barba non rasata. Li invita a sedersi intorno a un tavolino da campo, sotto un tendone che ripara dal sole. Il più basso dei tre beduini scopre il volto, rivelando occhi color zaffiro. Si rivolge al militare con una riverenza che lo spiazza. Parla turco. Dice di essere inglese e di combattere per lo sceicco della Mecca. Lo informa che le tribù della zona si radunano sulle colline con l'intenzione di distruggerli, nemmeno la mano del grande Auda Abu Tayi potrà trattenerle ancora per molto. Lasceranno passare la notte, poi accadrà come ad Aba El Lissan. E' venuto a offrire una resa onorevole, per lui e i suoi soldati. Andranno prigionieri in Egitto, in un campo britannico. Non combatteranno più.
L'ufficiale alza gli occhi sulle colline che il sole ha martellato per tutto il giorno. Poi si volge indietro, a guardare il mare in lontananza, avvolto nella foschia del mattino. L'inglese non ha smesso di fissarlo. Pronuncia poche parole con voce tenue e amichevole.
Gli sorride placido. 
- Un giorno la guerra finirà e tornerete a casa.
La mano del militare scende sulla fondina. 
Dita ruvide scattano sui pugnali, ma con un gesto l'inglese blocca i compagni e riceve la pistola dell'ufficiale.

L'ultima corsa è una gara verso il mare, in mezzo a una tormenta di sabbia che non può più fermarli, colpi di fucile al cielo, i vicoli invasi, la spiaggia occupata da centinaia di cavalieri che sembrano voler proseguire la carica tra le onde, e ancora spari verso i lunghi cannoni che sovrastano la baia e che non possono più nuocere. 
Poi i rumori scemano fino a spegnersi tra le rovine, i passi diventano stanchi e incerti, si stenta a riconoscere i volti, svuotati dall'ansia della meta, ma non già appagati. Ci si accascia all'ombra delle palme e si resta immobili a osservare il frangersi incessante dei flutti. Una schiera muta e cenciosa davanti al confine del mondo. 

22. Polstead Road


Il vento gettava la pioggia addosso ai pochi che si avventuravano all'esterno, le toghe gonfie, come ali di uccelli che non riescono a prendere il volo. 
Ned non ricordava più da quanto tempo fosse davanti alla finestra. Quando Burnes bussò per la seconda volta, senza voltarsi gli disse di entrare. 
- Tutto bene, signore? 
Attese alcuni secondi prima di rispondere.
- Per la verità no.
- Posso esserle utile in qualche modo?
- Sai scacciare i fantasmi?
- Solo col whisky, signore.
Si voltò 
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