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Si compiacque della paura che leggeva sulla faccia di Darsey: lo specchio si era incrinato e il mondo di cartapesta dall'altra parte traballava. Avrebbe voluto mandare il vetro in frantumi e sbriciolare i pezzi sotto i tacchi.
- Ma almeno eccomi qui, no? Sono tornato, poteva andarmi peggio. Quanti amici mancano alla conta? Quanti fratelli, figli e mariti? Quante braccia e gambe? - dovette appoggiarsi allo schienale. - Questo posto è vuoto. Non c'è più nessuno, solo fantasmi. Solo vedove e orfani di cui prendersi cura. Non sarà il tuo Lawrence a farlo. Lui viene a offrirci oasi e principi in cambio della realtà. Un baratto conveniente, tutto sommato. Solo Dio è più a buon mercato. - si sfiorò la fronte madida. - E' qui il deserto, Charlie. Ed è buio pesto. Non servono favole o preghiere per venirne fuori, ma il lume della ragione. 
Si aggiustò il ciuffo umido, che però ricadde scomposto. Si accorse di sudare freddo. Doveva avere la febbre.
Darsey scosse il capo. 
- Io non ti capisco, Jack. Cosa pretendi? 
Lui battè ancora il pugno sul tavolo.
Gli studenti che chiacchieravano davanti al camino si voltarono, ma Jack non ci fece caso.
- Soltanto un po' di raziocinio. Il tuo eroe è un narcisista buono per gli ingenui.
Per la prima volta si accorse che anche Darsey poteva essere ferito. Lo vide rattrappirsi, socchiudere gli occhi in un'espressione sconosciuta. Un animale pronto a reagire d'istinto. 
- L'invidia non è poi così razionale.
- Cosa significa?
- I tuoi poeti. Quelli che ammiri tanto. - disse Darsey. - Loro lo trovano interessante. 
Jack scacciò quelle parole con la mano.
- Vaneggi. 
Darsey continuò.
- Graves, Blunden, Sassoon. Ha voluto conoscerli tutti. - mentre Darsey pronunciava le sillabe una a una fu come se lui potesse prevederle, come se fosse solo la conferma di quanto già sapeva. - L'hanno accolto nel Parnaso.
Jack si alzò, pallidissimo, accorgendosi solo in quel momento che gli altri li osservavano attoniti. Ondeggiò come un ubriaco. Con uno sforzo raccolse i fogli e barcollò verso il corridoio.
Davanti alla porta della camera incrociò Moran, l'asciugamano al collo e il sorrisetto acido sulla bocca.
- Ecco il nostro rinnegato anglofilo.
Lo colpì al volto. Moran si piegò indietro, le mani sulla faccia, poi qualcuno strattonò via Jack, lo spinse dentro la stanza e chiuse la porta. Lui si accasciò sul letto, senza più energie.
- Sei pazzo. 
Jack capì che Darsey lo stava compatendo, ma non poteva più reagire. 
- Spera che quello non ti denunci. 
I colpi di tosse di Moran dietro la porta accompagnarono Jack nel buio dell'incoscienza.

20. Spettri


Ascoltò la busta frusciare giù per la colonna di metallo. Quel che è fatto è fatto, pensò. Non poteva continuare a tenerlo per sé. 
John Ronald.
Questa volta avevano parlato. Lo avevano chiamato per nome.
Gordon aveva finito di leggere i versi assegnati, una strofa del Crist di Cynewulf, e aveva alzato la testa in attesa di istruzioni. Ragazzo sveglio quel canadese, gran voglia di imparare e un vero talento per l'antico idioma. Il migliore dei nuovi acquisti. Il primo giorno lo aveva chiamato professor Tolkien e lui si era affrettato a dire che vantava solo una laurea, nessuna cattedra.
Davanti al suo mutismo, Gordon doveva essersi chiesto se avesse sbagliato qualcosa.
- La sua pronuncia è perfetta, signor Gordon. - lo aveva rassicurato, per superare l'imbarazzo. Ma avrebbe voluto chiedergli di voltarsi e dirgli se li vedeva anche lui, Rob Gilson e Geoffrey Smith, in piedi vicino alla finestra.
Certo che no. Era la sua mente che proiettava le loro immagini contro la parete dello studio.
Lo fissavano sull'attenti, come aspettassero il sergente per essere passati in rassegna, ma indossavano ancora le divise della scuola.
John Ronald.
Si era scusato, incolpando il mal di testa. La lezione sarebbe terminata con un quarto d'ora d'anticipo, che avrebbero recuperato la volta
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