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incerto. Se lo conosco, Lawrence vuole evitare un'altra Gallipoli. 
Clayton si irrigidisce sulla sedia senza ribattere. Usa la lettera per smuovere l'aria calda che entra dalla finestra, senza grossi risultati. La ripone sul tavolo e rimane immobile ad osservarla con espressione incerta.
- Quindi lei mi suggerisce di assecondarlo.
Hogarth scrolla le spalle.
- In fondo lo abbiamo mandato laggiù per questo. Non abbiamo nulla da perdere. 
Clayton si stira un baffo con un gesto nervoso.
- Solo il controllo della rivolta.
- Una rivolta è per definizione incontrollabile, colonnello. L'unica garanzia è la fiducia che gli arabi ripongono in Lawrence.  
Clayton assume un tono rassegnato.
- Pare che anche a noi non rimanga altra scelta che fidarci di lui.
- Le ha comunicato il suo piano?
L'ufficiale sfiora la lettera. 
- Una vera follia. Attraversare il deserto a dorso di cammello. Raggiungere i nostri informatori in Siria e far spargere la voce di un'imminente incursione su Damasco, per depistare i turchi. Intende reclutare i predoni del deserto e piegare su Aqaba. Prenderla di slancio da terra. 
Clayton sbuffa fuori l'aria con stizza.
Per la prima volta da quando si è seduto un'ombra di preoccupazione sfiora il volto del professore.
- Quando è partito?
- Il 9 maggio. Con trentacinque uomini e ventimila sterline d'oro fornite da Feisal. - un'occhiata in tralice. - Cioè da noi. Spero ne faccia buon uso.
Il professore annuisce.
- I beduini sono avidi. Non resta che incrociare le dita.
Lo sguardo si perde di nuovo oltre la finestra, la mente sorvola i tetti della città, viaggia fino al Canale e oltre, lungo la pista di Mosé, attraverso il deserto, fino a cogliere la sottile teoria di orme sulla sabbia.

I dromedari procedono lenti nell'aria rarefatta della sera. Gli uomini sembrano piccolissimi in groppa alle bestie rose dalla rogna. A perdita d'occhio pietre, sabbia secca, pozzanghere salate, palme scarnite e senza foglie, e all'orizzonte montagne aguzze come artigli. Un'aura sinistra e maligna aleggia intorno alla piccola carovana, che appare poca cosa in mezzo a quell'immensità. Il Sirhan è un luogo maledetto, infestato di rettili che sbucano da ogni anfratto, dove si muore avvelenati dal morso letale degli aspidi e delle vipere, che cercano il caldo dei bivacchi e il tepore dei corpi. La mattina non si è mai soli nei giacigli. Di giorno ci pensa il sole a schiacciare i viventi come un macigno, a rendere faticoso ogni movimento, preziosa una goccia d'acqua, straziante la marcia. La desolazione mette alla prova lo spirito e la fede. A volte la fa nascere, quando ogni gesto diventa assoluto e la luce abbagliante ne proietta l'ombra metafisica sul mondo. La mente si astrae dal corpo martoriato fino a rischiare di perdersi, fino a cogliere l'essenza più pura delle cose, l'idea stessa di Dio, per essere salvata soltanto dalla notte, che concede requie e il ritorno a se stessi. Un piccolo fuoco, sotto lo spettacolo mozzafiato delle stelle. Luce appena sufficiente per sfogliare una pagina e sforzare la vista su poche righe, dove si racconta di un'altra impresa, ovvero di una ricerca, attraverso le Terre Morte, compiuta da un pugno di cavalieri. 
- Che cosa leggi, Urens?
La voce roca di Auda giunge dall'altra parte del falò. Sta intagliando un legno con il lungo pugnale ricurvo.
Il beduino dagli occhi chiari abbassa il libro.
- Una storia antica della mia terra.
- Di cosa parla?
Anche Nasir e gli altri prestano attenzione, mentre impastano le ultime once di farina e le masticano piano. 
- Di un re leggendario. Si chiamava Artù. Mandò i suoi cavalieri per il mondo in cerca della coppa che aveva raccolto il sangue di Isa ibn Miriam, il Cristo crocefisso.
- E la trovarono?
- Quasi tutti morirono nella ricerca. Solo tre si salvarono. Uno soltanto riuscì a raggiungere la coppa, il più puro e impavido. Sir Galahad era il suo nome.
Qualcuno scambia commenti sottovoce. Auda guarda
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