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che custodiva tra le pagine e la mente. Era attraversata da ruscelli che portavano linfa agli esseri viventi, l'acqua conservava il suono della creazione. Senza volerlo incastonò nella melodia le parole di sua invenzione, dolci, eufoniche, perfette per il canto. Il libro di grammatica anglosassone slittò al margine del tavolo. La mano scivolò fino al quaderno dalla copertina ruvida, poi sotto il bordo, come fosse una veste, trovando la consistenza sensuale delle pagine e l'ultimo racconto che aveva scritto. 
In principio fu la musica. Una melodia emanata dall'Essere originario, il demiurgo che aveva cantato l'universo per la prima volta, il Signore per Sempre, che risiede oltre il tutto, e aveva insegnato ai suoi angeli le armonie del cosmo. Da lì avrebbero avuto origine gli elfi eterei, e ancora gli uomini, i nani, ma anche le creature infime e malvage figlie della cacofonia e dell'ambizione dell'angelo caduto: orchi e goblin, le afflizioni del mondo. 
La creazione perpetua, così l'avrebbero nominata gli Alti Elfi. 
La realtà lo richiamò all'ordine con i rintocchi della pendola. Chiuse il quaderno e lo ripose dentro un cassetto. Basta così. Doveva preparare gli esercizi di lettura sul Beowulf o il giorno dopo non avrebbe avuto la lezione pronta.  
Ripassò i versi che raccontavano l'incontro tra l'eroe dei Geati e il re dei danesi. Beowulf si presentava al cospetto del sovrano e si offriva di liberare il palazzo dall'orco che lo minacciava. 

17. Ultimus inter pares


Ai piedi della porta c'era un biglietto con sopra il suo nome. Robert si chinò a raccoglierlo. C'era scritto soltanto "nella hall". 
Era piuttosto insolito che T.E. decidesse di pranzare con gli altri. Di norma si faceva servire i pasti in camera, e solo quando aveva voglia di mangiare, cosa che accadeva piuttosto di rado. 
Robert sentì il cuore accelerare. Gli imprevisti minavano l'equilibrio precario dei suoi nervi, che poggiava su una giornata scandita da orari rigidi e percorsi prestabiliti. Anche perdere tempo rientrava in uno schema preciso, che a quel punto rischiava di saltare. Si era attardato nello studio del professor Murray, parlando della Poetica di Aristotele, ed era uscito da lì con l'ansia di raggiungere All Souls per l'appuntamento. Era in leggero ritardo, ma non si aspettava di non trovare nessuno. Trasse un paio di respiri profondi e in quel momento la voce di Burnes, l'inserviente, lo raggiunse dallo stanzino di servizio.
- Ha trovato il messaggio, signore?
Robert mostrò il pezzo di carta, certo di apparire alquanto smarrito.
- Forse dovrei ripassare più tardi.
- Oh, no, signore. Si perderebbe il meglio. - Burnes invece aveva l'aria divertita. - Sono tutti giù nella hall. E' meglio sbrigarsi.
Burnes si chiuse la porta alle spalle.
- Sono stati tre giorni campali, una cosa da non credere. Il colonnello Lawrence ha dormito pochissimo. Faccio strada.
Iniziò a scendere le scale. Robert rimase per un attimo sul pianerottolo, incerto sul da farsi, poi lo seguì. 
- Mi dispiace di non poterle servire la birra delle udienze. Ma se lo facessi, il signor Lawrence ci rimarrebbe male. In fondo è stato lui a darci l'idea.
- Quale idea? 
Burnes si fermò sull'ultimo gradino e si voltò a guardare Robert con meraviglia. Solo in quel momento si rese conto che era all'oscuro di tutto.
- Lo sciopero, signore. Davvero non ne sa nulla?
Robert scosse la testa ammutolito. Aveva appena sentito la parola più stridente che si potesse pronunciare dentro quelle mura.
Si ritrovò nel cortile, al seguito di Burnes, che aveva già scacciato lo stupore con una ventata d'entusiasmo.
- E' per via delle nuove disposizioni del preside. La direzione ha deciso di prolungarci gli orari di lavoro a parità di paga. - abbassò la voce. - Qualcuno l'ha definita una carognata, con rispetto parlando. 
Costeggiarono il prato in direzione della hall.
- Non siamo mica servi, noialtri. Non possono decidere sulla nostra testa
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