<?xml encoding="utf-8"?>
<A HREF="043#b" NOPUSH><</A>
che ornavano le murate. 
Ronald sapeva che lei non amava Oxford. Lo snobismo che si respirava nell'aria la faceva sentire inadeguata e fuori posto, e c'era ben poco che lui potesse fare. Eccetto farle apprezzare i tesori più nascosti.
Raggiunsero lo High e infine il giardino botanico. 
Ronald la portò in fondo, vicino al muro di cinta, dove lo sguardo non poteva fare a meno di sollevarsi verso la maestosità di un grande albero. Sette braccia affusolate salivano dal tronco principale, biforcandosi fino alla cima, almeno trenta metri più in alto. Nonostante la mole massiccia dava un'idea di dinamicità, come si fosse pietrificato durante una torsione. La corteccia grigia, venata di nero, sembrava la pelle di un dinosauro.
Ronald lo presentò come un amico di vecchia data.
- Pinus Nigra.
A lei venne istintivo toccare la corteccia rugosa. Alla base il tronco era grande come quello di una quercia secolare. Guardò in alto, dove il tetto grigio-verde di aghi li riparava da ogni possibile intemperia.  
- Comunica un senso di forza e di pace, non è vero?
Edith annuì. 
- Di antichità.
Ronald sorrise.
- Ha più di cento anni.  
Lei gli rivolse uno sguardo luminoso ed emozionato. Ronald ricordò quando aveva cantato e danzato per lui, nel boschetto vicino a Roos, nello Yorkshire, in una giornata limpida come quella. Volteggiava sul prato come una fata. Era stata una parentesi di quiete, in attesa di tornare al fronte o di nuovo tra le mura di un sanatorio. Edith era la vita, la serenità che il mondo aveva perduto per sempre. Il suo posto ideale era lì, tra gli alberi e le creature di un giardino incantato. Quella visione aveva ispirato il racconto di Beren, l'uomo mortale che si innamora della dama degli elfi Lùthien Tinùviel. La storia del loro amore e delle loro imprese raccontava quella di Edith e Ronald, le difficoltà che avevano dovuto sormontare per ritrovarsi, potersi sposare, avere una vita insieme. Ronald l'aveva scritta per lei, per loro.
Si accorse che la regina delle fate aveva appena parlato. Poche parole magiche che trasformavano di nuovo la loro esistenza. Ronald aprì la bocca e la richiuse, trattenendo il fiato e l'emozione.
Sono incinta.
Rimasero abbracciati a lungo, all'ombra del vecchio albero che proteggeva la loro unione. Lui le sussurrava parole dolci nella lingua delle fate.

Le note fluivano attraverso le stanze. Nella nuova casa Edith aveva potuto finalmente trasferire il pianoforte e riprendere a esercitarsi. A Ronald sembrò che l'umore cristallino della moglie riverberasse sulla sonata, la vita che cresceva dentro di lei donava ritmo all'andante. 
Con un altro figlio le cose sarebbero cambiate, dietro l'euforia che lo pervadeva si insinuava l'urgenza delle scelte. Avrebbe dovuto abbandonare il lavoro al Dizionario. Già da qualche tempo era scettico sull'utilità di continuare, ma un'altra bocca da sfamare valeva come ultimatum. Immaginò l'espressione mesta sulla faccia di Bradley, quando gli avrebbe presentato le dimissioni. Quell'aria da "un altro caduto sul campo" con cui lo avrebbe accompagnato all'uscita augurandogli buona fortuna. Le lezioni erano molto più redditizie. Aveva già ricevuto richieste da nuovi privatisti. Forse era quella la sua strada. 
Certo non sarebbe avanzato tempo per le leggende. Il buon senso consigliava di relegarle definitivamente in soffitta fino a quando i bambini non fossero stati abbastanza grandi da farsele raccontare. 
Anche le visite al museo dovevano finire ed era un vero peccato, perché le chiacchiere scambiate con Lawrence e con Hogarth erano state le più interessanti degli ultimi tempi. Se non altro erano servite a fargli capire quanto gli mancasse una compagnia maschile con cui condividere storie e idee. Dopo la guerra niente era stato più come prima. Rob e Geoffrey erano morti e Chris viveva nel Somerset.
Le note lo distrassero dai brutti pensieri e lo cullarono fino ai boschi e alle radure della terra proibita 
<A HREF="045" NOPUSH>></A>