<?xml encoding="utf-8"?>
<A HREF="039#b" NOPUSH><</A>
intatta e cinque fratelli cercano di rimanere immobili senza ridere. 
- Mi dispiace, ragazzo mio. - mormora Hogarth.
Lui non si volta, se si muove rovina la fotografia. 
I minuti passano lenti, prima che riesca a parlare.
- Erano entrambi più giovani di me. Le sembra giusto che io debba continuare a vivere tranquillo qui al Cairo? - Per un attimo la voce si smarrirsce, ma torna subito salda. - Mi faccia andare via, professore. Dove si combatte.
L'uomo si avvicina e riesce a mettergli una mano sulla spalla.

14. Philip


	Mio caro Robert, 

se non ti conoscessi dovrei meravigliarmi che nella tua prima lettera da parecchio tempo a questa parte tu mi chieda di qualcun altro. Soprattutto ora che l'oggetto del tuo interesse è tornato a Oxford e si trova assai più alla tua portata di quanto possano esserlo i miei ricordi. Tuttavia so quanto Lawrence riesca a suscitare la curiosità del prossimo (e anche quanto se ne compiaccia) e questo mi spinge a una certa accondiscendenza nei tuoi confronti. Insomma ti scuso, certo che come al solito finirò per deluderti, e non per cattiva volontà o reticenza, ma perché al fondo non ho una vera risposta alla tua domanda. 
Ho condiviso con Lawrence un periodo piuttosto intenso, poi la guerra ha cambiato molte cose e, non devo dirlo a te, ha cambiato noi stessi. Oggi tutto appare così diverso, i cinque anni trascorsi sembrano venti.
Mi chiedi di Lawrence al Cairo e dell'Arab Bureau. Io ricordo un ostinato impertinente che amava fare il misterioso per dare a intendere di avere accesso a un piano sempre ulteriore delle decisioni e degli eventi. La cosa poteva risultare irritante, ma io ne ero divertito. A volte penso che il suo fosse un gioco di scatole cinesi e che quella più piccola contenesse solo un grande spirito critico e molta fantasia. Nonostante questo credo che il suo impegno fosse sincero. Non vacillò neanche quando seppe che due suoi fratelli erano caduti in Francia. La cosa, com'è ovvio, lo sconvolse ma non ne parlò mai apertamente. Non amava discutere fatti privati, con me almeno non lo fece mai. 
Il Cairo gli andava stretto. Diceva che era sovraffollato, troppe uniformi e troppe stellette. La quiete del quartiere governativo lo opprimeva, preferiva addentrarsi nei mercati, tra le viuzze dove ogni tanto spariva, senza dirci quando sarebbe tornato. La città è un gorgo di voci e rumori. Dopo i primi mesi non fai più caso alla scomparsa del silenzio. Le strade non sono mai deserte, nemmeno di notte, c'è sempre qualcuno o qualcosa che si impegna a spezzare il sonno, rubare il riposo, come fossero lussi o bislacche manie che solo un europeo può concedersi. Sorridevamo ai discorsi che si alzavano dai tavoli dei ristoranti, nelle sale da tè, dai corridoi degli alberghi e dalle terrazze con vista sul fiume. Parlavano dell'indolenza degli orientali, ignorando quanto quella sia piuttosto la terra dell'attività incessante, del brulicare infinito e caotico, di un'accanita forza vitale che contrasta il fatalismo imposto dalla storia a quella latitudine. Una forza capace d'improvvisi sussulti e slanci d'abnegazione, forse anche di eroismo. Era la scommessa dell'Arab Bureau.
Pensavamo che, se gli arabi fossero insorti contro la dominazione turca, l'intero scenario della guerra sarebbe mutato. Un nuovo Medio Oriente sarebbe nato dalle ceneri dell'impero ottomano e l'Inghilterra ne sarebbe stata la levatrice. Col senno di poi si può dire che i nostri progetti si sono realizzati soltanto a metà e che forse erano fin troppo ambiziosi. Ma questa è già cronaca dei nostri giorni.
Allora eravamo pochi, devoti alla causa, consapevoli di quanto fosse difficile smuovere l'apparato che ci sovrastava. La nostra guida era il colonnello Clayton, il capo dei Servizi Segreti in Egitto. L'autorità spirituale era senz'altro Hogarth, un'enciclopedia vivente su popoli, dinastie e tribù d'Arabia. Quell'uomo è un pozzo di sapere e Lawrence era il suo enfant
<A HREF="041" NOPUSH>></A>