<?xml encoding="utf-8"?>
<A HREF="038#b" NOPUSH><</A>
Pasha, sì.
La cartella viene richiusa. Finalmente il biondo lo guarda. Ha occhi piccoli e chiari.
- Va bene. Ancora un paio di domande. - giocherella con la penna. - Hai detto che sei di Aleppo?
- Una piccola cittadina lì vicino, effendi. Jerablus si chiama. 
L'inglese annuisce.
- Quindi conosci Salim Tumah. 
L'arabo cerca di nascondere la sorpresa.
- Chi non lo conosce? E' il più ricco del paese. Tutti lavorano per lui.
- Anche tu?
- Sì. Prima di venire quaggiù.
- Certo. - annuisce ancora l'inglese. - All'ingresso della casa di Salim Tumah c'è una statua d'avorio. Ricordi la statua d'avorio?
L'arabo si gratta la barba.
- Sì. Un elefante d'avorio.
- La ricordi bene?
- Perfettamente.
- Quanto è grande la statua?
L'arabo ci pensa.
- Sul piedistallo è alta come un uomo.
L'inglese posa la penna e richiude la cartella. 
- Molto bene. Aspetta fuori.
L'altro inglese lo accompagna e lo fa sedere nel corridoio. Quando rientra e si chiude la porta alle spalle si accorge che il biondo ha preso qualcosa dall'armadio. Nella luce calante del pomeriggio sembra un ragazzino. Rifiuta la sigaretta che gli viene offerta e lascia che il collega sbirci la cartella sulla scrivania. Sui fogli compaiono solo scarabocchi e ghirigori. Lo sente sogghignare.
- Ti diverti, vero?
- Solo i giorni pari.
Il biondo si risiede.
- L'amico cerca di spillarci un po' di soldi. Magari anche di farsi ingaggiare. La statua in casa di Salim Tumah non è d'avorio, ma d'oro, e non ha alcun piedistallo. Salim ne va molto fiero, prima di ricevere gli ospiti li fa sostare nel cortile perché possano ammirarla. Il nostro Tariq non ha mai messo piede in casa sua. E' probabile che ad Aleppo lo conoscano bene. Per questo ha cercato di camuffare la sua provenienza e poi ha detto di essere di Jerablus. Ha studiato la parte nel caso qualcuno gli avesse fatto delle domande. 
- Le informazioni sono corrette. - obietta il collega - Jemal prepara un'offensiva nel Sinai. O cercavi di cavargli qualcos'altro?
Il biondo spiana sul tavolo la fotografia che ha preso dall'armadio. L'inquadratura è storta, le forme sfocate.
- E' stata scattata tre settimane fa vicino a Damasco. E' uno dei treni diretti a Beersheva di cui parla il nostro Tariq o qualunque sia il suo vero nome.
Grosse sagome coperte da teli incerati, sopra un vagone ferroviario. In un paio di punti si intravedono le croci nere stampigliate sui fianchi degli apparecchi.
- Potrebbero essere Rumpler da ricognizione. Difficile distinguere. - dice l'altro con la sigaretta in bocca. - Significherebbe che i turchi hanno costruito un'aeropista nel sud della Palestina. - incrocia lo sguardo del biondo. - Era questa la conferma che cercavi? Clayton che dice?
- E' occupato con la conferenza dei caporioni. Quella a cui non siamo invitati.
Il collega scuote la testa e continua a guardare la foto. 
- E' troppo sfocata... -  si blocca, come distratto da un pensiero. - Chi l'ha scattata?
Un sorriso ammiccante.
- Ha importanza?   
- Non ti chiedi mai quanti agenti abbiamo oltre le linee, Lawrence?
Il biondo alza le spalle.
- E i turchi quanti ne hanno?
La cicca viene spenta nel portacenere con un gesto nervoso. 
- E' meglio che andiamo a disturbare Clayton. 
Qualcuno bussa alla porta.
- Avanti.
Il professor Hogarth compare sulla soglia, il volto pallido, tirato. Stringe una piccola busta di carta ruvida, porosa al tatto, con sopra lo stemma dell'esercito. Non c'è suddito britannico che non sappia cosa contenga.
- L'hanno consegnato un attimo fa.
Il biondo prende la lettera e si rivolge al collega.
- Ti raggiungo. - mormora.
L'altro non riesce a guardarlo, fa appena un cenno con la testa e si congeda.
Il biondo legge il telegramma. Le frasi formali del Ministero della Guerra sono colpi di fucile. Lo raggiungono parole remote, la voce di suo padre, che intima di restare fermi, altrimenti non può scattare. C'è una casa, un giardino, in Arcadia, dove ogni cosa è ancora
<A HREF="040" NOPUSH>></A>