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biondo sospira.
- La dice lunga su come vanno le cose da queste parti.
L'altro raccoglie i loro cappelli dal tavolino.
- Credevo che il Cairo ti piacesse.
Il biondo fa una smorfia, mentre calca il berretto in testa.
- Solo i giorni dispari.

- Come ti chiami? 
La domanda rompe un silenzio di diversi minuti. 
L'arabo solleva lo sguardo dai piedi e lo sposta prima su uno poi sull'altro inglese, incerto su chi abbia parlato. Scarta quello appoggiato alla finestra, che lo osserva freddo, con la sigaretta tra le labbra. L'uomo alla scrivania sembra molto giovane, i capelli biondo oro, pettinati con la riga e più lunghi di quelli degli altri militari, la divisa sgualcita. Decide di rispondere a lui.
- Tariq al-Fahd. 
- Come sei arrivato a Ismailia?
La voce è gentile, ma gli occhi non si staccano dalla cartella sulle ginocchia.   
- A piedi fino al Canale. Poi ho trovato un passaggio su una chiatta.
- Dove hai imparato l'inglese?
L'arabo esita, la domanda è stata formulata nella sua lingua.
- Da ragazzo ho lavorato ad Alessandria, effendi. Tre anni.
- Di dove sei?
Di nuovo la lingua del Corano.
- Di Maan. 
- Perché allora hai un accento settentrionale? 
Il biondo è tornato alla lingua madre. L'arabo rimane zitto, l'espressione stolida sul volto, poi scaccia una mosca che gli si è posata sul braccio, attratta dal sudore.
- Ti chiedo perdono, effendi. Sono della regione di Aleppo. Lavoravo per i turchi a Maan.
I due inglesi scambiano un cenno d'intesa appena percettibile. 
- Perché hai mentito? 
L'arabo si guarda le mani, come non sapesse dove metterle, poi le lascia cadere in grembo.
- Ho paura, effendi.
- Devo crederti?
- Dio mi è testimone, effendi.
Il tono è mesto, supplichevole. 
I due inglesi rimangono in silenzio e l'arabo ne approfitta per liberare lo sguardo. Le mosche volteggiano intorno al lampadario. Oltre i vetri della finestra gli edifici della piazza svettano sui tetti del quartiere europeo. Sulla parete è appesa una mappa del Medio Oriente, nei colori smorti della cartografia militare. In angolo, un armadio chiuso da un lucchetto. Sull'altra parete un calendario e un ritratto di Giorgio V in alta uniforme.
- Che genere di lavoro svolgevi per i turchi?
- Stavo tra gli operai della ferrovia. Ascoltavo i loro discorsi e riferivo.
L'inglese biondo scribacchia qualcosa nella cartella. Dalla finestra giunge il rumore di un autocarro che sferraglia lungo la strada e fa tremare i vetri. L'inglese sembra distrarsi, guarda fuori, tamburella con le dita, poi torna ai fogli. 
- Hai lavorato soltanto a Maan o da qualche altra parte?
- Su tutta la linea da Damasco.
Il biondo continua a guardare altrove.
- Perché sei scappato? I turchi non ti pagavano abbastanza?
- Non volevo più farlo. Gli altri iniziavano a sospettare di me. Avevo paura. 
Anche l'altro inglese va a sedersi alla scrivania, ma resta zitto.
- Visto il lavoro che facevi, devi avere spirito d'osservazione e buona memoria. - prosegue il biondo.
- Ringraziando Dio, clemente e misericordioso.
- Quali divisioni sono di stanza a Damasco?
Il volto dell'arabo si contrae nello sforzo di ricordare.
-  La 25a, la 35a e la 36a. 
- Quando ti sei consegnato hai detto che potevi dirci molte cose riguardo la ferrovia. 
L'arabo cerca un appiglio nei volti dei due uomini, ma il muro d'indifferenza è liscio, senza una crepa. Ha la gola secca e le mosche lo tormentano.
- Il governatore Jemal ha ordinato di raccogliere tutto il materiale che si poteva trovare. Ha fatto svuotare i magazzini della ferrovia da Damasco fino a Medina. 
- Che genere di materiale?
- Binari, traversine, bulloni. Tutto quello che serve a ultimare il tracciato tra Gerusalemme e Beersheva. Con una tratta a scartamento ridotto fino a El Arish.
L'inglese rimane impassibile.
- Chi dirige i lavori?
L'arabo si aggiusta sulla sedia, gli sembra di scivolare. Dà un colpo di tosse.
- Un ingegnere tedesco, effendi.
- Meissner?
- Meissner
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