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frasi orecchiate nelle sale comuni e nei cortili. In fondo era iniziato un nuovo anno, anzi, un decennio. Il 1920 custodiva le aspettative di molti.
Quando il professore terminò di parlare e congedò la classe, Robert si alzò troppo in fretta attirando gli sguardi. Fece un cenno a Ed.
- Andiamo. Sono le undici, dovrebbe essere sveglio.
- Se la prende comoda.
- Scrive di notte.

Lawrence sfiorò la statuetta di terracotta sulla mensola. Raffigurava un cavaliere hittita, disse. Un ricordo dei suoi scavi a Carchemish, prima della guerra. L'aveva estratta dalla tomba di un bambino morto da quattromila anni.
- Mette tristezza, vero? Gli oggetti che scegliamo di portare con noi raccontano la nostra storia. Non sono altro che cose, eppure attribuiamo loro un valore smisurato. Al punto da seppellire un figlio con il suo giocattolo. 
Robert si sentì sprofondare. Era certo che Lawrence non sapesse della tragedia che aveva sconvolto la vita di Edmund. Guardò l'amico con timore e lo scoprì partecipe di quelle parole, come fossero dedicate a lui.
Lawrence lasciò scorrere le dita sui volumi di costa, sorretti da una campana d'ottone.
- I libri, ad esempio. Se vuoi sapere qualcosa di un uomo, scopri cosa legge.  
Appena varcata la soglia, Robert si era accorto che lo sguardo di Ed cedeva alla tentazione di perlustrare le superfici in cerca del plico. 
- Abbiamo un tacito accordo: non si parla della guerra. Quindi nessun accenno al libro che sta scrivendo. 
- Di cosa dobbiamo parlare?
- Poesia. Tecniche di scrittura. 
Edmund aveva individuato il manoscritto sulla scrivania, ma per sviare l'attenzione aveva subito chiesto della statuetta dall'aria antica che campeggiava sulla mensola.
- E la campanella cosa rappresenta?
Lawrence sorrise affabile. 
- Bottino di guerra. E' la campana della stazione di Tell Shahum, sulla ferrovia dell'Hejaz. Un minuto più tardi e mi sarei dovuto accontentare dell'obliteratrice o del timbro dell'ufficio ferroviario. I beduini sono come le cavallette.
Aveva offerto loro le uniche due sedie della stanza, mentre lui restava in piedi sul basamento del camino. Forse per sembrare più alto, pensò Robert. Sul grande tavolo, un piatto con gli avanzi di una colazione frugale. Pannelli di legno scuro alle pareti mantenevano l'ambiente in penombra. La luce entrava dalla piccola finestra, che riusciva appena a incorniciare un pezzo di cielo e di cortile. L'impressione era di trovarsi in un'alcova, o nella stanza di un castello orientale. Nell'aria c'era un odore piacevole di legno e spezie, profumo dolce di tessuti esotici. Robert immaginò che provenisse dai tappeti che avevano sotto i piedi. 
I loro sguardi si alzarono sul ritratto dell'arabo dai lineamenti gentili che li osservava da sopra il camino.
Lawrence mimò una riverenza in direzione del dipinto.
- Sua Altezza il principe Feisal. Lui è un amico.
Robert notò la piccola bandiera cremisi appesa in verticale accanto al quadro.
- Il suo blasone di battaglia. - commentò Lawrence.
Bussarono alla porta e l'inserviente entrò con un paio di boccali di birra.
- Tu non bevi? - chiese Robert.
- Sono astemio.
Più tardi, durante l'ora di lezione successiva, Robert non avrebbe saputo dire come si fosse svolta la conversazione. Si stava appena abituando al modo di fare di Lawrence. Era cordiale, simpatico, e al tempo stesso sfuggente. Li interrogò, ma in modo obliquo, con domande travestite da affermazioni, sassi lanciati nello stagno, ogni volta più lontani dal bordo, fino a centrare il cuore delle questioni. Ma solo per ritrarsi subito, nascondendo la mano, impegnandola in un'azione diversiva, come un prestigiatore che debba distogliere l'occhio del pubblico dal suo trucco. Sembrava che i discorsi procedessero in libertà, richiamandosi uno all'altro, ma alla fine si aveva la sensazione che una sottile regia avesse condotto la discussione. 
Finirono a parlare dei poeti morti: Owen, Brooke, Rosenberg. E dei vivi:
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