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iniziate a farlo.
Grendel assume un'aria forzatamente divertita, rosso in viso, sembra sul punto di scoppiare a ridere, ma l'ilarità si infrange sul muro di facce scure, incattivite dal caldo e dalla fatica. Torna serio.
- Voi inglesi pensate sempre di poter dettare legge.
- Lei non capisce. Ha umiliato uno degli abitanti del villaggio. Da queste parti non sono cose che si dimenticano. Deve porgere subito le sue scuse. 
- Sta scherzando?
- Nient'affatto. Altrimenti sarò costretto a frustarla per dare soddisfazione a questa gente.
Grendel serra la mascella, gli avambracci gonfi, le mani strette sulla cintura. Sta per ribattere, ma Contzen si affretta a trascinarlo in disparte, sotto la tenda.
- Non ci serve un incidente diplomatico, Grendel.
- Con che coraggio viene qui a minacciarmi? - la faccia di Grendel è color vino. - E' fortunato se non lo rispedisco indietro a calci.
- Si calmi e mi stia a sentire. I lavori devono procedere, gli operai ci servono. Porga le sue scuse e finiamola qui.
L'altro lo guarda allibito.
- Parla sul serio? 
La voce di Contzen è un sibilo d'esasperazione.
- Non sia stupido. Vuole farne un affare di stato? Sono io che dirigo i lavori. Spetta a me decidere cosa è meglio. Faccia come dico e non parliamone più.
Grendel lo fissa a lungo incredulo. Poi sbuffa indispettito.
- Al diavolo.
Si fa avanti di nuovo. L'inglese non ha fatto un passo. 
- Ha le mie scuse.
Il piccoletto scuote il capo.
- Non a me. 
Un gesto della mano e dal gruppo degli operai emerge un ragazzo bruno, la faccia imberbe.
Il tedesco emette un mezzo grugnito rassegnato.
- Chiedo scusa. - esce dall'ombra, in mezzo agli arabi e si pianta a gambe larghe come volesse sfidarli a voce alta. - Chiedo scusa a lui e a tutti voi. Soddisfatti?
L'inglese accenna un inchino in segno di saluto e torna sui suoi passi. Gli operai lo seguono, alcuni lanciano ancora occhiate verso il gigante baffuto, che li fronteggia a testa alta, fino a che anche l'ultimo non si volta per tornare indietro.
Attento che il collega non se ne accorga, Contzen si concede un mezzo sorriso mentre guarda quello strano tipo confondersi in mezzo agli altri.

Il respiro del fiume entra a brevi folate dalla finestra della baracca. Fererehat, lo chiamano i curdi del campo. Grande acqua che scorre. Il padre Eufrate. 
La corrente fluita lungo quelle sponde potrebbe raccontare la storia dell'umanità. L'uomo guarda fuori e pensa che lì tutto ha avuto inizio e non c'è altro posto dove vorrebbe essere, tra le rovine del tempo, a strappare alla terra il tesoro degli antichi sovrani di Mesopotamia. Un re in mezzo ai re. 
Inspira a fondo la frescura della notte, pervasa dalle canzoni biascicate intorno ai fuochi degli operai. Pretende di riconoscere una a una le sagome scure che scendono al fiume e tornano a dormire sotto le tende, in attesa di un altro giorno di caldo e fatica. 
Un fruscio di pagine lo spinge a voltarsi verso l'interno della baracca, impregnato dell'odore di spezie che hanno insaporito la cena. Alla luce della lampada il viso di Woolley è contratto nello sforzo di scrivere, il ciuffo scomposto sulla fronte. Quell'uomo gli ha insegnato molto. Restare chinato per ore a spazzare via la terra da un coccio, armato solo di un piccolo pennello. Scoprire dove scavare, incrociando la storia con il buon senso e l'istinto. Scegliere gli uomini in base al valore. Pagarli bene, perché non abbiano convenienza a trafugare i reperti e venderli al mercato nero. Soprattutto conoscere, non stancarsi mai di farlo. 
Woolley si accorge che lui lo sta guardando.
- Le lettere di spedizione. - quasi un tono di scusa. - Potrebbero essere le ultime. 
Il più giovane appare interdetto. 
- Alla fine dell'anno ce ne andiamo. - aggiunge Woolley.
- E' per quello che è successo oggi?
Con la mano Woolley scaccia le immagini appena evocate.
- Oh, no, quel pallone gonfiato andava messo al suo posto. - indica una lettera sul tavolino da campo. 
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