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non poteva chiudere in un cassetto. E nessuno con cui parlarne. D'istinto proseguì fino all'insegna del pub: un'aquila teneva nel becco un panno in cui era avvolto un bambino. Ganimede rapito da Zeus.
Il locale non era ancora affollato, scelse un tavolino d'angolo dove sedersi a sorseggiare la birra. Alla parete di fronte era appesa la foto di una compagnia di fanti, con i nomi scritti a matita accanto a ciascuno. Ronald si chiese quanti di loro fossero tornati a casa.
Chiuse gli occhi e rivide lo stretto camminamento che lo portava verso la prima linea. Sentì il proprio ansimare sotto il peso dello zaino, le spalle doloranti e lo stomaco in gola. Il giorno del suo battesimo del fuoco non era riuscito a mangiare niente. Come all'ultima cena a Bouzincourt, nelle retrovie, insieme a Geoffrey, in attesa che le rispettive compagnie venissero mandate all'attacco. L'offensiva della Somme infuriava da giorni e si stava rivelando un inutile massacro. Acquattati nei loro pagliericci vedevano i feriti tornare a centinaia sulle barelle, senza braccia o gambe. Il sangue si mescolava al fango e ai liquami lungo i passaggi delle trincee. Dappertutto c'era odore di cancrena e decomposizione. E sopra di loro, i tuoni sordi dei cannoni, di giorno, di notte. 
Rivide la faccia di Geoffrey illuminata dalla piccola lanterna. 
- Pensi che Rob abbia avuto paura? Che se ne sia accorto?
- So che a La Boiselle è stato terribile. La prima ondata...
Non si erano mai sentiti così tristi. 
- Mio Dio. Se deve toccare a me, spero che sia rapido. Notizie da Chris?
- Mi ha scritto. Ha saputo di Rob. Gli ho risposto che per quanto mi riguarda la T.C.B.S. è finita. 
Riaprì gli occhi, si alzò e abbandonò il boccale sul tavolo. L'aria fresca della sera lo aiutò a scacciare i brutti ricordi e a rientrare a casa come se niente fosse. Esitò sulla soglia dello studio, poi imprecò in silenzio e raggiunse la scrivania. Aprì un cassetto. Sul fondo giaceva un mazzo di buste ingiallite. Le guardò senza toccarle. Su alcune era stata scritta a penna un'intestazione ormai scolorita: "T.C.B.S." Tea Club Barrovian Society. Una sigla roboante per definire quattro ragazzi che sognavano la gloria letteraria.
La voce di Edith dalla cucina annunciò che la cena era pronta. 
Il cassetto venne richiuso.

Lord Dinamite
Carchemish, Nord della Siria, settembre 1913


Il tè freddo appanna il bicchiere. La superficie liscia tocca la guancia, gli occhi si socchiudono in un'espressione beata, mentre la frescura inumidisce i baffi. L'uomo sbircia tra le palpebre l'andirivieni degli operai. Si muovono lenti, in ordine sparso, schiacciando la propria ombra sotto i piedi, fin dove arrivano le traversine. Il vento è cessato all'improvviso, lasciandoli chiusi in una bolla d'aria calda che ottunde i sensi.  
L'altro uomo seduto sotto la tenda finisce di bere e si asciuga la testa pelata con il fazzoletto. Ha baffi ancora più imponenti, che spuntano ai lati della bocca come manubri. La sedia sembra dover cedere sotto la mole massiccia che la fa scricchiolare. 
- Dovevamo portare una squadra di operai dalla Germania. L'avevo detto a Meissner, ma non ne ha voluto sapere. 
- Ci vorrà soltanto un po' più di tempo.
- Molto più tempo del necessario e molta più fatica. Questa gente non sa cosa sia la disciplina, capisce solo la frusta. Mi chiedo come pretendono che costruiamo la ferrovia con uomini così poco motivati. - l'uomo punta il mento verso il cantiere. - Li guardi. Qui siamo in pieno medioevo, a loro non importa di migliorare il proprio paese.
L'altro versa ancora tè nei bicchieri.
- Sono siriani e curdi. La ferrovia è turca, costruita da ingegneri tedeschi. Lavorano per la paga, non per la gloria.
Il collega stende le gambe e con uno scacciamosche si colpisce gli stivali di cuoio.
- Lei è un ingenuo, Contzen. Senza di noi viaggerebbero ancora su quei cammelli rognosi. Eppure sembra quasi che provino fastidio per quello che
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