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padre e senza il fratello maggiore. Jack era diventato entrambe le cose per lei.
La sua seconda vita.
- Devo andare. - disse. Recuperò la giacca e gli appunti. La baciò sulla guancia. - A domani.
Dalla finestra lei lo osservò uscire e imboccare la strada in direzione del centro.

Quando ebbe varcato il portone del college si fermò, indeciso se salire subito in camera. Il tragitto in bicicletta aveva scacciato la sonnolenza e ridestato i sensi, ma non aveva voglia di fare conversazione. Non con Darsey, almeno. Eppure era certo che l'avrebbe trovato lì, pronto a coinvolgerlo in chiacchiere futili. Riusciva a prevedere perfino gli argomenti che avrebbero toccato: le vacanze di Natale, gli esami, i nuovi corsi... Sostò davanti al Memoriale di Shelley. Era un'alcova di silenzio. La statua del corpo esanime del poeta biancheggiava sulla lastra di marmo, come distesa su un mare invisibile, sorretta dalla musa della poesia e da due leoni di bronzo. Era morto ad appena trent'anni, annegato nelle acque del Mediterraneo, mentre cercava di solcarle su una piccola barca. Forse una fine cercata, coerente con l'ideale romantico, o piuttosto il tributo richiesto dagli dèi per una vita breve, vissuta sfidando ogni convenzione. 
Osservò il corpo nudo del giovane, adagiato su un fianco, candido e levigato. Sembrava pronto a essere destato da un bacio. La piega dolce della spalla e dell'anca, i genitali piccoli, appena abbozzati, le labbra socchiuse. C'era qualcosa di lascivo nelle forme che lo scultore aveva voluto imprimere al marmo, come un desiderio latente. Jack represse l'istinto di sfiorare quella mano bianca e affusolata. Rabbrividì e alzò lo sguardo sulla cupola. Un cielo blu affrescava la volta, pallida imitazione di quello sotto il quale il cadavere era stato cullato dalle onde, fino a una spiagga italiana.
Jack pensò a quanta ipocrisia fosse stata necessaria per erigere il monumento al più famoso studente del college, espulso per avere scritto un pamphlet in favore dell'ateismo. L'ennesimo martire della Ragione, a cui spettavano lacrime di coccodrillo e una gloria postuma. 
Per un attimo fu come se le parole del suo vecchio tutore risuonassero sotto la volta.
- La fede è credenza, non conoscenza, Jack. Di nessuna religione abbiamo prove certe e se le consideriamo da un punto di vista filosofico, il cristianesimo non è nemmeno la migliore. Le religioni sono mitologie, vale a dire semplici invenzioni dell'uomo.  
Quel coriaceo scozzese l'aveva aiutato a rafforzare la mente, facendogli l'onore di discussioni metodiche e puntigliose, che avevano spesso una conclusione inappellabile.
- Adesso capisci come la tua osservazione fosse del tutto priva di significato?
Jack sorrise tra sé, ripensando a quella palestra di sobrietà e raziocinio. Anni che erano serviti a costruire un'armatura solida per le proprie idee e a scoprire qualcosa che in fondo già sapeva: il suo destino era la letteratura. Non più le fantasticherie infantili in soffitta, ma lo studio serrato dei classici.
- Non sei in grado di dedicarti a nient'altro, ragazzo. Rasségnati.
Quella era stata l'ultima sentenza del vecchio Kirkpatrick. Si era tradotta in un biglietto di sola andata per Oxford, verso l'orizzonte di una carriera accademica. Questo non gli aveva impedito di cullare nell'intimo una velleità poetica, provare a scrivere versi, mediocri e maldestri, stando alla fredda accoglienza della critica. Un'altra dura lezione di realtà, che gli aveva lasciato l'amaro in bocca. Clive Staples Lewis detto Jack, scampato alle nebbie d'Irlanda e alla guerra, non sarebbe diventato un poeta, ma nella migliore delle ipotesi solo l'ennesimo studioso dedito a letteratura scritta da altri. 
Riprese a camminare e si trovò davanti alla scala che portava alle camere, fissandola come un destino segnato. Prese a salire i gradini a passi lenti, senza nessuna fretta di raggiungere la sua stanza, dove sapeva che la socialità l'attendeva al
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