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minuto di un ragazzino, potrebbe avere ancora sulle scarpe il fango delle corse nei prati. Si guarda intorno, come se cercasse di riconoscere gli oggetti esposti sugli scaffali. Lo studio ne è pieno, cimeli da tutto il Mediterraneo. Hogarth conosce quello sguardo incantato, lo stesso che aveva lui quando Evans lo trascinò nella più grande impresa: trovare il palazzo di Minosse, riportarlo alla luce del mondo dopo quattromila anni. Il tempo passa e alla meraviglia della scoperta segue la responsabilità della conservazione. Ora tocca a lui custodire il Museo, domani chissà, forse proprio al giovane studente che gli siede davanti con la schiena rigida, in attesa di una sua parola. Lo ha colpito dal primo momento, quando lo ha scovato a curiosare nelle sale del Museo e ha deciso di premiare la sua costanza offrendogli di affiancare il responsabile delle ceramiche medievali. 
Il ragazzo si illumina quando la voce calda del professore rompe il silenzio nella stanza.
- Dunque, vediamo questo tesoro.
Una vecchia borsa di tela viene sollevata fino alla scrivania. Il giovane si ferma, incerto se appoggiarla sulla superficie linda, attende l'assenso del professore, che annuisce. Gesti cauti estraggono un involto di stoffa lurida. Hogarth lascia che il ragazzo lo apra e osserva il vaso sbrecciato, ancora sporco di terriccio. La sua espressione non lascia trasparire niente.
- Sassone, direi. - azzarda il ragazzo. - Quinto o sesto secolo dopo Cristo.
Il professore prende una penna e fa ruotare il vaso per esaminarlo. 
- Dove l'ha trovato?
- Su un'ansa del Tamigi. A cinque miglia da qui.
- Ce n'erano altri?
- Sì, ma in briciole. Io credo che possa trattarsi di una tomba.
Hogarth si distende sulla sedia.
- Una tomba. - ripete, come per fissare la parola nella mente. 
- Sissignore, la tomba di un guerriero.
Il blu delle pupille diventa più intenso e luminoso. E' chiaro che ha in serbo qualcosa e sta cercando il colpo di teatro. Hogarth pensa che il ragazzo dovrà imparare ad avere pazienza e ad apprezzare i risultati del metodo, oltre a quelli dell'intuizione.
- E cosa glielo fa pensare, amico mio? - chiede per dargli soddisfazione.
Il ragazzo apre di nuovo la borsa.
- Questa.
Hogarth fissa l'oggetto che l'altro tiene in mano, senza riuscire a celare una certa sorpresa. Non se lo aspettava. E' da quando Evans scavava nei dintorni che non vede roba del genere.
Riceve la spada dalle mani del ragazzo ed esamina il moncone della lama spezzata. Il metallo è mangiato dalla ruggine, ma si vede che è stato battuto con perizia. L'elsa è leggera, le decorazioni ancora visibili, per quanto smussate dai secoli. Il professore inforca gli occhialini e la rigira sotto la luce della finestra.
- Lega di ferro e carbone. Il pomello è d'argento. Le lamine pressate al centro formano un motivo a spira di serpente. - solleva lo sguardo. - E' l'opera di un fabbro capace. Senz'altro destinata a un guerriero di rango.
Appoggia l'arma sul tavolo. 
- L'altra metà della lama è rimasta conficcata nella roccia mentre tentavo di estrarla.
Hogarth trasalisce.
- Sta scherzando?
- Sì. - sorride il ragazzo e indica la copia de La Morte d'Artù di Malory sulla scrivania. - Purtroppo non è Excalibur.
- Già. - il professore si rilassa e fa frusciare le pagine del libro con il pollice, sovrappensiero. Non si è sbagliato, quel giovane ha talento. Merce rara, che merita una certa cura. - Il lavoro al museo come va?
- Benissimo. 
La risposta è di prammatica. Hogarth annuisce con aria distratta. I vasi anglosassoni non hanno più un granello di polvere e i cartellini espositivi sono in ordine perfetto. 
Il professore ci pensa ancora un po', poi decide di andare dritto al punto.
- Che cosa le interessa, Lawrence? - nota l'aria sorpresa del ragazzo. - Intendo, che cosa le interessa davvero?
La risposta arriva dopo pochi secondi, il tempo di scegliere tra reticenza e sincerità e racchiudere i sogni tra le sillabe di una
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