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Quell'americano impomatato riusciva a incantare la gente. Pagavano un biglietto, per ascoltarlo. Vendeva "lui", il Re Senzacorona d'Arabia. Lui che aveva tradito tutti, gli amici, i compagni di lotta, superiori e sottoposti. Perfino se stesso. 
Trasformato in un divo.
Suoni e colori emersero vividi. Una pioggia di fiori, acqua profumata e copricapi lanciati al cielo. Frastuono di voci che si trasforma in un grido scandito: "Urens...Urens...Urens!". Il suo nome storpiato per le vie di Damasco dall'entusiasmo della libertà. 
Tornò al presente e guardò la propria immagine riflessa nel vetro. Secondo Hogarth toccava a lui farlo, sovvertire l'ordine della storia dei vincitori, proseguire la guerriglia con altri mezzi. I contatti nei posti chiave non mancavano, ma non era di politici che avrebbe avuto bisogno l'impresa. 
Quel pomeriggio al museo, fuori dall'ufficio di Hogarth, era rimasto colpito da una frase di Tolkien.
Le parole danno significato alle cose.
Era quella la chiave. Servivano parole inaudite. Non bastava un eroe, occorreva un poeta. Cosa sarebbe stato Achille senza Omero?
Il telefono squillò. Sollevò la cornetta.
- Ned. - la voce di sua madre. - La cena è in tavola.
Riagganciò. Aprì in fretta l'armadio, scostò le giacche e l'uniforme, fino a scovare tunica e mantello. Ne accarezzò il candore, poi afferrò entrambi e li ficcò nello zaino, prima di uscire dal cottage e attraversare il giardino.
Lo aspettavano già seduti davanti alle pietanze. Bob lo degnò appena di uno sguardo severo. Sua madre giunse le mani.
- Signore, ti ringraziamo per il cibo che ci hai concesso. Amen.
- Amen. - ripeté Bob.
- Bismi'llah rahmani rahim. ?m?n. - mormorò Ned.
Lo guardarono con orrore e vergogna e subito si pentì di averli provocati. 
Una tristezza opprimente lo investì fino a incurvargli le spalle. Erano stati una famiglia numerosa e a tratti anche felice, per quanto fondata su una menzogna. Ciò che ne restava non faceva onore a nessuno. Il pensiero lo schiacciò e lo spinse a mangiare in fretta, senza alzare gli occhi dal piatto. Voleva andarsene il prima possibile. 
Dopo cena salutò la madre, che lo baciò sulla fronte. Varcata la soglia di casa, mise lo zaino in spalla e raccolse la bicicletta. La condusse a mano fino alla strada. Polstead Road era immersa nel buio, eccetto per l'unico lampione. Avrebbe raggiunto il centro affidandosi alla dinamo. 
Il richiamo del fratello lo colse alla sprovvista. Lasciò che Bob lo raggiungesse e notò l'espressione cupa.
- Nemmeno adesso riesci a perdonarla?
Ned si irrigidì.
- Non si è mai mostrata pentita.
- Di cosa?
- Dell'ipocrisia verso di noi.
Bob sospirò, con la stessa aria che assumeva quando i fratelli ne combinavano una. Era il maggiore, da sempre costretto a essere il più adulto e responsabile. Ned pensò che nonostante tutto i loro rapporti non erano cambiati.
- Non spetta a te giudicare. - disse Bob. - La vita è stata dura con lei. Ha dovuto seppellire due figli e un marito. 
- Ce l'ha messa tutta per inculcarci il suo senso di colpa di peccatrice. - ribatté lui con stizza. - Ce l'ha dovuto conficcare bene in fondo all'anima.
- Perché soffriva, Ned. Sperava soltanto nella misericordia di Dio.
- Così abbiamo finito per soffrire tutti. Non fingere che non siamo diventati quello che siamo a causa di una piaga nascosta. Non fingere di non portarti dentro un po' di quella bugia. - notò lo sguardo rassegnato e dolente del fratello. Era inutile infierire. - Dille che le voglio bene. Arrivederci.
Si incamminò, accompagnato dal cigolio della bici. Quando fu all'incrocio, con la coda dell'occhio riuscì ancora a scorgere il fratello, immobile e solitario sotto il lampione. Guardava in basso. Forse pregava.

Lord Dinamite
Oxford, marzo 1909


Il professor Hogarth osserva il giovane con aria sorniona, tenendolo sulle spine. Gli occhi azzurri spiccano sul volto magro. Non dimostra affatto vent'anni, ha il corpo
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