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gesto. Le posate collocate accanto ai piatti, i centrini, un mazzetto di erica nel vaso dipinto a mano. Negli anni trascorsi lontano da casa aveva dimenticato quanto fosse legata alle piccole ritualità domestiche. Quella donna scomponeva la vita in una sequenza rigida di azioni semplici e inossidabili. Nemmeno la morte dei propri cari era riuscita a intaccare il suo ordine mentale, anzi, l'aveva spinta a rafforzarlo. L'ultimo ad andarsene, pochi mesi prima, era stato il padre dei suoi figli. Lei lo aveva assistito fino all'ultimo, fino a che la febbre non aveva preso il sopravvento sul corpo stanco.
La notizia di quell'agonia lo aveva raggiunto a Parigi, nella hall del Majestic. Era rimasto immobile, in mezzo al via vai di diplomatici, segretari, funzionari governativi di mezzo mondo. Il Presidente degli Stati Uniti d'America lo aspettava per un incontro privato. Feisal era pronto, in cima alle scale di marmo, nel suo abito più elegante. Avevano scambiato uno sguardo eloquente, il volto del principe rivelava che aveva intuito le brutte notizie. Non restava che fare buon viso a cattivo gioco e chiudere il trauma in una cella della mente. Woodrow Wilson non era un tipo da fare aspettare. 
Il giorno dopo aveva attraversato la Manica, solo per scoprire di essere arrivato tardi. Così aveva buttato via la chiave della cella, per impedire al dolore di uscire. 
Guardò lo zaino riempito a metà. Aveva trascorso l'intera giornata in preda a una catatonia feroce. Da quando era tornato da Parigi accadeva sempre più spesso. 
Nessuno si aspetta più niente da me.
Traslocare i vestiti non sarebbe stato un problema, non ne aveva mai posseduti molti. I libri li avrebbe lasciati lì, nella piccola dépendance in fondo al giardino. Eccetto alcuni. L'occhio cadde sulla bisaccia logora e sporca afflosciata in un angolo del pavimento. Non l'aveva più aperta. La afferrò con timore ed emozione. Ne estrasse due volumi. Le copertine erano ormai incolori, graffiate dalla sabbia, le pagine ingiallite e unte. Lasciò che l'odore del deserto riempisse le narici. Infilò tutto nello zaino, in mezzo ai vestiti, insieme a un libretto sottile, una raccolta di poesie che aveva acquistato al Cairo durante l'ultimo viaggio. 
Ecco, era pronto. La strada fino ad All Souls non era lunga, sarebbe andato dopo cena.
Sua madre non gli aveva chiesto il perché di quella scelta. Forse aveva capito. La casa era piena di spettri, la guerra l'aveva svuotata e lui sentiva il bisogno di isolarsi per fare ciò che andava fatto. 
Lei è il nostro Sir Galahad. Non può deluderci. 
Aveva preso la decisione quel pomeriggio, dopo il colloquio con Hogarth. Il vecchio mentore era ingrigito, ma aveva ancora un forte ascendente su di lui, doveva dargliene atto. Lo aveva osservato a lungo in silenzio, dall'altra parte della scrivania, come un padre guarda un malconcio figliol prodigo. Doveva aver notato i cerchi sotto gli occhi, i vestiti spiegazzati, la fasciatura alla mano che iniziava a sfilacciarsi. Ned sapeva di avere l'aria di chi si è lasciato andare, in preda a oscure ossessioni, trascurando di mangiare e guardarsi allo specchio. Sapevano entrambi che quel tornare a rapporto era una richiesta d'aiuto.
Ricordò la prima volta che si era trovato su quella sedia. Quanti anni erano passati? Dieci? Era solo una matricola appassionata di storia delle Crociate, che si aggirava tra le teche del museo per togliere la polvere con cura sacrale. Un modo per farsi notare e trovare uno sbocco alla voglia di macinare pagine e miglia. La stessa voglia che l'estate precedente lo aveva spinto ad attraversare la Francia in bicicletta, fotografando castelli. Il professore gli aveva indicato la via verso Oriente, disseminando la mappa di indirizzi utili. Una prova. Un altro viaggio, un altro ritorno davanti a quell'altare, questa volta con il materiale per la tesi di laurea. 
Quel pomeriggio invece era a mani vuote, libero da ogni fardello. 
- Come si sente?
-
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