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tenuto in brutta copia, per poter continuare a migliorarlo. Gli sembrava sempre che ogni frase potesse essere potenziata, aggiustata, magari anche di poco, ma in modo tale da riverberare su tutta la pagina. Oggi poi si avvantaggiava di una visione più lucida e distaccata, la guerra era finita, i ricordi erano passati attraverso il setaccio della distanza. 
Il racconto parlava dell'assedio di una roccaforte e dei coraggiosi difensori che avevano sacrificato la vita nel tentativo di salvarla. I superstiti avrebbero portato con sé il seme di una pallida speranza. Sconvolti, laceri, affranti, fuggivano dalla città come Enea da Troia in fiamme, increduli d'essere ancora vivi, la mente in bilico tra gli affetti lasciati alle spalle e la ricerca di un nuovo sentiero.
Dove si poteva andare dopo un cataclisma come quello? Alla fine della lunga notte sarebbe sorta una stella del mattino a indicare la via?
Aveva la fede, l'amore di Edith e del piccolo John: era più di quanto molti potessero sperare e la quotidianità impelleva quanto bastava per non lasciare margine a troppe fantasticherie. C'era l'affitto della nuova casa che andava pagato con regolarità a dispetto dello spazio che non bastava mai. Vivevano con la cugina di Edith, che l'aiutava col bambino, ma Edith aveva anche insistito per assumere una donna di servizio che stesse dietro alla cucina. Poi c'era John, da nutrire, vestire, curare. Il denaro passava di mano con una rapidità impressionante. Per integrare lo stipendio del Dizionario, Ronald si era messo a dare lezioni private di antico inglese. Un'attività che rendeva la casetta di Alfred Street ancora più affollata e il tempo sempre insufficiente. Comunque andasse, ne rimaneva ben poco da dedicare alla scrittura. 
Sorrise, pensando che in origine, appena tornato dal fronte, quando Christopher l'aveva spronato a cominciare, voleva comporre la mitologia mancante dell'Inghilterra. Nientemeno. Gli sembrava un'impresa degna della gravità del momento, ma forse era soltanto la voglia di trovare un luogo dove la lingua degli elfi avesse cittadinanza. Ormai erano mesi che non proseguiva, assorbito nel lavoro e negli affari domestici. Rileggeva spesso, annotava a margine, cincischiava intorno a nomi ed etimologie, ma poco alla volta la routine quotidiana prosciugava la vena.   
Richiuse il quaderno e lo allontanò da sé, sentendo la stanchezza premere alle tempie. Si massaggiò gli occhi e quando li riaprì la vista rimase appannata per qualche secondo. Quanto bastò per scorgere le due sagome in piedi davanti a lui. Il cuore saltò un battito, una scossa di brividi forti, mani incollate al tavolo. Erano poco più che ombre, ma riconobbe le divise della scuola, l'espressione beffarda di Rob e il cipiglio serioso di Geoffrey. Per qualche motivo apparivano giovani, come ai tempi del liceo, i tratti ancora poco marcati, le facce pulite. Sembravano in attesa. 
Ronald si rattrappì dentro il cono di luce della lampada, che vacillò. 
Guardò ancora, ma le ombre si erano già dissolte. La paura lasciò il posto a un senso di mancanza che si gonfiò come una bolla tra lo stomaco e la gola. Gli era successo soltanto un'altra volta, un paio d'anni prima, e non vi aveva dato molto peso. Trai reduci le allucinazioni erano all'ordine del giorno. Ora si sentiva scosso e, per qualche ragione, in pericolo. Si fece il segno della croce e pregò per le anime dei vecchi amici, fino a che non sentì il tocco caldo di una mano sulla spalla.
- E' tardi. Vieni a dormire. 
Le cinse la vita con un movimento goffo. Lei lo baciò sulla guancia e gli fece scivolare un sussurro nell'orecchio.
- Ti spetta il riposo, mio dolce Beren.
Ronald sorrise, si alzò e le accarezzò il volto minuto.
- Soltanto tra le tue braccia, luminosa Lùthien. - disse, mentre la tirava a sé e guardava oltre la chioma soffice.

9. Galahad


Ned osservò la sagoma della madre stagliarsi contro la finestra illuminata e immaginò ogni
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