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bombe. Ronald non si volta, corre fino alla trincea, il peso dello zaino lo sbilancia, cade, gli ultimi metri li fa strisciando. Altri precipitano dietro di lui. 
Si ritrova faccia a faccia con una squadra di scavatori coperti di fango. Minatori del Galles e del Lancashire, votati agli spazi bui e angusti, la vista abituata alle tenebre. Le mani grosse e callose sembrano poter sostituire badili e piccozze, che pure impugnano come asce, quasi dovessero assalire i tedeschi con quegli attrezzi. Lo guardano con occhi piccoli e freddi. Si accorge d'essersi pisciato addosso e di stare parlando. Sta ancora trasmettendo gli ordini del capitano, ma nessuno li esegue. Qualcuno chiama il sergente, che arriva correndo piegato in avanti. Tra una cannonata e l'altra Ronald ripete le disposizioni. Devono lanciare ancora razzi luminosi per chi si perde nella Terra di Nessuno. Riceve in risposta uno sguardo perplesso. L'imbecille non capisce più quello che gli dice. Nessuno ci riesce. E' più imbarazzante della macchia scura che si allarga sui pantaloni.
Il senso d'impotenza aumenta fino ad ammutolirlo. 

Ronald abbassò lo sguardo sul quaderno e ascoltò la pioggia per scacciare le immagini dell'attacco a Ovillers. Capitava che l'assalissero all'improvviso, per fortuna più di rado rispetto ai primi mesi del rientro. In quei giorni non poteva fare altro che scrivere e scrivere ancora. Non aveva trovato un modo migliore per domare i mostri se non trasformarli in creature fiabesche, da relegare oltre lo specchio, nel regno fatato. Glielo consentiva il potere arcano della lingua, l'ancestrale forza evocatrice. Il segreto delle parole.
Era stato quello strano tipo al museo a definirlo così. In fondo era ciò che l'aveva spinto a creare una lingua nuova e allo stesso tempo antichissima, l'idioma delle fate che Edith adorava, la chiave d'accesso all'altra parte del mondo.
Lawrence sembrava parlare al di fuori dei pregiudizi: una qualità rara. Aveva detto di essere un archeologo. Quando Ronald gli aveva rivelato il proprio mestiere, era parso incuriosito. 
- Un filologo indaga il segreto delle parole, non è così? 
Colto alla sprovvista, Ronald aveva annuito.
- E qual è, dunque?
I suoi occhi brillavano di una luce inquieta, azzurri come certi cieli nelle terre del sud. Non c'era ombra di malizia nello sguardo.
In quel momento Ronald si era ritrovato la risposta sulle labbra.
- Le parole danno significato alle cose. Usare un linguaggio è costruire un mondo. Credo sia questo il segreto.
L'altro era tornato a guardare gli anelli nella teca con uno strano sorriso.
- Come un giuramento o una formula magica.
Ronald era rimasto serio.
- Come un atto d'amore. E' scritto che in principio fu il Verbo. 
Tornò al quaderno, il forziere di poesie e racconti scritti prima della guerra e durante la convalescenza. La sua catarsi, l'appiglio che non era servito a evadere dalle trincee e dai letti d'ospedale. La realtà trasfigurata in favola era compressa in quei racconti perduti e cercava la via di un ritorno possibile. Fiabe, miti di epoche immaginarie. Troppo per il secolo della tecnica e del disincanto. I sogni si erano infranti sul filo spinato della "guerra che metterà fine a tutte le guerre". Quella era stata l'ultima favola, chi poteva volerne un'altra? Le nuove parole d'ordine erano modernismo, realismo. Eppure c'era stato un tempo prima della Catastrofe, in cui i sogni erano stati reali, in cui il mondo era stato se non migliore, almeno più prossimo alla luce originaria. Di questo scriveva e facendolo, si rendeva conto, non poteva che narrare l'ineluttabile precipitare del mito nella storia e della propria giovinezza nell'età adulta. 
Passò la mano sulla copertina e lesse il titolo in testa nella calligrafia sottile di Edith: La caduta di Gondolin. Aveva scritto quel racconto tra un attacco di febbre e l'altro. Edith aveva insistito per trascriverlo e rimediare alla sua scrittura illeggibile. Lui l'avrebbe
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