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di classe era basata sull'internazionalismo proletario e non poteva avere niente a che fare con il nazionalismo. Moran insisteva: di fatto i russi avevano liberato il proprio paese da un ceto di tiranni e parassiti. Gli irlandesi avrebbero fatto lo stesso con i Saxe Coburg e Gotha. O Windsor, come si facevano chiamare da quando avere origini tedesche era diventato sconveniente.
Jack smise di ascoltarli e tornò a pensare al povero Ayers. Le sue budella l'avevano colpito al volto, strappate dall'esplosione. La gabbia toracica, forzata dalla compressione dell'aria, era rimasta vuota. Le schegge avevano ferito anche lui. Gli parve di sentire ancora il dolore al petto e al fianco. 
Grazie alla poca luce che filtrava dalla porta socchiusa poté scrutare la stanza in penombra. Era stato in un posto come quello, in una notte di luna, che aveva contratto la promessa. Lui e Paddy erano seduti sui letti, uno di fronte all'altro, nella camerata dove si radunavano i cadetti dopo le esercitazioni. L'università era già svuotata dalla guerra, le ultime leve si aggiravano nelle aule semideserte, lezioni tenute per pochi. Il pomeriggio si imparava a marciare e puntare il fucile, per essere pronti alla chiamata. Lui e Paddy erano i più giovani, impacciati nelle divise da campagna e spaesati quanto bastava per stringere il sodalizio di chi deve difendersi dal resto del mondo. La partenza incombente e le notizie da Oltremanica bruciavano le tappe dell'intimità e spingevano a promesse eterne. Si erano stretti la mano con un gesto solenne, come capi di stato. 
Se uno di noi muore, l'altro vivrà anche per lui.
Se uno di noi muore, l'altro prenderà il suo posto. 
A diciott'anni è dura dover mettere in conto di morire. Jack ci era andato molto vicino. Paddy era stato inghiottito dalla Terra di Nessuno pochi mesi prima della fine, come il poeta Wilfred Owen. 
Un balzo in avanti della memoria. Le pareti si trasformarono, diventarono bianche come quelle di una stanza d'ospedale. Lenzuola candide, passaggi rapidi dall'incoscienza alla veglia, infermiere con tazze di brodo caldo, una mano delicata che reggeva la sua, quella risparmiata dalle schegge. Un volto angelico di donna sussurrava parole gentili. Il figlio non sarebbe più tornato, eppure era lei a dargli conforto. Jack non poteva e la consapevolezza gli uccideva il fiato in gola. 
Da quel giorno era trascorso poco più di un anno e la sua vita era cambiata del tutto. Mantenere la promessa di quella notte era il pegno per essere scampato. Nessuno l'avrebbe mai capito, non suo padre, non suo fratello Warnie. Eppure era certo che se al posto di Ayers fosse toccato a lui, oggi Paddy sarebbe stato a Belfast, a consolare entrambi.

8. Racconti perduti


Proiettili tagliano l'aria, carbonizzano l'erba e i fiori dell'estate appena iniziata, bruciano gli alberi, già torti e scheletriti, ossa spezzate che spuntano dalla terra. Il mondo annerisce, coperto di vapori che accecano e soffocano. Giganteschi draghi di fumo e lapilli si alzano a ghermire gli uomini. Fiammate e zampate squarciano il terreno, scavano orme profonde come voragini. Il metallo si trasforma in pioggia di schegge roventi, che riverberano sulle facce pallide dei morti. Il filo spinato artiglia le gambe, blocca la ritirata, lascia in balia dei morsi velenosi delle mitraglie. Ronald maledice le squadre di guastatori che avrebbero dovuto tagliarlo. Maledice quelli che hanno segnato il punto sbagliato sulla mappa. Maledice i nemici che sembrano rispuntati dalle viscere del mondo e dai pantani della Somme. Non è quello il punto, non c'è il passaggio, solo ferro e morte e gli orchi ad aspettarli. L'ufficiale lo affianca ordinandogli di trasmettere la ritirata. Ronald lancia il razzo luminoso, provocando una fuga scomposta di conigli verso i buchi, troppo disorientati per ritrovare la direzione. Qualcuno finisce tra le fauci dei tedeschi, altri inciampano sui cadaveri abbandonati da giorni nei crateri delle
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