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camino era spento da un pezzo e faceva freddo anche con le vestaglie di lana. Un lume era acceso su uno dei tavoli.
- Toh, ecco altri due insonni.
Darsey riconobbe il tono beffardo di Moran e storse la bocca in una smorfia. Charlie Darsey era un tipo umile, alla mano, di quelli che a scuola erano sempre andati a traino di qualche compagno dalla personalità più spiccata. La saccenza di Moran non poteva che irritarlo e sotto sotto mettergli addosso una certa soggezione, che celava bene dietro l'ironia. 
Fuori non pioveva più, un quarto di luna occhieggiava tra le nuvole. Jack si appoggiò alla finestra, la testa contro il vetro costellato di gocce, il fiato che lo appannava a ogni respiro. Darsey si accomodò in poltrona.
- Cosa leggi? - chiese a Moran.
Lui alzò il libro, mostrando la copertina col nome di Yeats.
- Il nostro poeta nazionale. Pare che si trasferisca a Oxford.
- Perché non Wilde? - lo provocò Darsey. - Era irlandese anche lui e ha studiato a Oxford.
- Wilde era un pederasta. - sentenziò Moran. Lo disse con un tono cattivo e un'espressione torva che spinse Darsey a ridacchiare e voltarsi dall'altra parte.
- Ehi, Jack. - disse. - Se gli irlandesi instaurano la repubblica, che fai? Prendi la cittadinanza? 
Jack scrollò le spalle. 
- La mia vita è qui ormai. 
- Tuo padre? Tuo fratello?
- Ultimamente non abbiamo un rapporto idilliaco.  
Moran si alzò, tolse la sigaretta dalle dita di Darsey e si mise a fumarla sul divanetto di fronte. Parlò senza guardarli in faccia, ascoltando il suono delle proprie parole.
- Voi non capite. Non si tratta soltanto dell'Irlanda. Alla conferenza di Parigi il presidente Wilson l'ha detto chiaro: autodeterminazione dei popoli. Sapete che significa?
- Oh, no, ti prego, non alle tre di notte. - protestò Darsey.
- Significa che gli imperi sono finiti. - Moran osservò la brace della sigaretta con aria annoiata, come stesse spiegando l'ovvio ai bambini. - L'altro fine settimana sono stato a Londra a vedere lo spettacolo di cui parlano tutti... quello su Lawrence d'Arabia. - notò le espressioni neutre degli altri due e li guardò storto. - Ogni tanto dovreste mettere il naso fuori da qui. - scacciò l'aria con la mano. - Beh, anche gli arabi hanno fatto una guerra di liberazione nazionale. Contro l'impero turco. E se adesso non gli ridanno il loro paese si ribelleranno anche agli inglesi e ai francesi. Il colonnello Lawrence lo ha scritto perfino sul Times. Ha del fegato, quello. E indovinate un po'?
- Non mi dire che è irlandese. - bofonchiò Darsey.
Moran sorrise compiaciuto.
- Tu invece, Lewis, dove hai passato il fine settimana?
A Jack non sfuggì la sua occhiata maliziosa.
- Qui. Come dici tu, non metto mai fuori il naso - rispose svogliato.
- Beh, non proprio, - insinuò Darsey - visto che sparisci il venerdì e riappari la domenica sera.
La sua aria ingenua e compiaciuta irritò Jack. L'alleanza tra quei due era inaspettata quanto improbabile. Decisamente troppo per quell'ora di notte.
- E' tardi. - disse. - Me ne torno a dormire. 
- Reticenza. Come al solito. - Darsey allargò le braccia. - Mi lasci qui con lui? Tra poco inizierà a parlarmi in gaelico.
Moran lo ignorò. 
- Lo conoscete l'aneddoto di quel tizio che nel mezzo della battaglia della Somme si è messo a parlare una lingua sconosciuta?
- Aspetta, l'ho già sentito... - disse Darsey soffocando uno sbadiglio. - Quale reggimento era?
- Cambia ogni volta che me lo raccontano. Il tizio, un sottotenente credo, nel bel mezzo del bombardamento non riusciva più a farsi capire da nessuno. E' uno dei casi di trauma da esplosione più strani che abbia mai sentito.
- Magari era il professor Murray che parlava greco. - ammiccò Darsey.
Jack approfittò del momento per rivolgere ai due un cenno di saluto e tornare in camera.
Da sotto le coperte li sentì discutere ancora. Moran sosteneva che anche quella russa era una rivoluzione nazionale e Darsey lo contestava. La lotta
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