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Domini.
- Qui fecit coelum et terras.
 Jack trattenne una risatina e ricevette un calcio sotto il tavolo. Darsey lo guardava con i grandi occhi marroni sgranati e le labbra serrate per non farsi contagiare dal riso.
Il duetto proseguì senza pause fino alle battute finali.
- ...et nobis peccatoribus vitam aeternam. Amen.
Studenti e professori risposero in coro.
- Amen.
Percy tirò un sospiro di sollievo e ricadde sulla sedia come se avesse superato un esame. La cena poté cominciare. Il brusio delle conversazioni invase la sala. 
- Vuoi farci cacciare fuori? - disse Darsey a bassa voce, servendosi dall'insalatiera.
- Hai sentito che pronuncia? - rispose Jack.
L'altro scosse il capo e simulò un sorriso, ma Jack sapeva che sfottere le matricole non lo divertiva. Era un tipo compassionevole. Forse perché era figlio di un maestro di scuola e aveva ereditato la simpatia per gli ultimi della classe e i brutti anatroccoli. O più probabilmente perché era stato uno di loro, prima di arrivare lì.
Il pasto serale era uno degli eventi più indolori della vita allo Univ e scivolò via rapido. Jack ascoltò le chiacchiere attraverso la tavolata, contribuendo con pochi commenti svogliati. 
Dopo cena si trasferirono nella sala comune del secondo piano, che poco alla volta prese ad affollarsi di studenti. 
Jack non aveva voglia di fare conversazione e si trincerò dietro l'ultima raccolta di poesie di Robert Graves. Una copertina sobria, con piccole lettere d'argento. The Treasure Box. Maneggiò con delicatezza il volume sottile, lasciando che riaffiorasse alla mente l'immagine di un vecchio baule. Era stato suo fratello Warnie a battezzarlo così: lo scrigno del tesoro. Si trovava nella soffitta della loro casa d'infanzia, a Belfast. Jack aveva impresso nella memoria l'odore di legno e cuoio che esalava quando veniva aperto. 
Avvertì l'onda di nostalgia montare alla distanza e provò a concentrarsi sui versi che aveva davanti, sentendosi ridicolmente simile a Percy mentre declamava la Grazia. Il volto quieto di sua madre, ancora radioso, lo costrinse a un corpo a corpo coi ricordi. Si innervosì, li ricacciò dentro a forza e richiuse il baule, ma qualcosa riuscì a sfuggire, pagine scollate, qualche volume intero. I viaggi di Gulliver... La Storia di Sigurd... La Regina delle Fate... schegge del tempo che si era infranto al capezzale di sua madre. Era appena un bambino, allora, e già costretto a fare i conti con la perdita più dolorosa. Se un barlume di quella gioia primordiale era rimasto vivo sotto la cenere del lutto, ci aveva pensato la guerra a spegnerlo per sempre. Altre morti da conteggiare, facce amiche sulle lapidi, e una rabbia che latrava contro la durezza della vita. Come aveva scritto Graves? Una breccia ha aperto la saggezza / e Babilonia nella polvere ha gettato, / gnomi e streghe della nostra fanciullezza / tra fossi e siepi ha sparpagliato. / Lob e Puck, poveri elfi frettolosi, / tolgono i tesori dai ripiani polverosi.
Era giusto così, pensò Jack. La realtà non assomigliava alle favole. Per quanto forte potesse essere la tentazione di rimpiangere quella spensieratezza, indulgervi avrebbe portato soltanto a cocenti delusioni.  
Si riscosse e decise di interrompere la lettura. Meglio sottrarre il proprio malumore alla compagnia degli altri. Abbandonò il divano e imboccò il corridoio che portava alle stanze, certo che avrebbe fatto fatica a prendere sonno. 

- Dormi, Jack? - chiese Darsey rivolto al buio.
- No. - fu la risposta dall'altro letto.
- Perché?
- Pensavo ad Ayers.
- E chi diavolo è? - sibilò ancora Darsey nell'oscurità più assoluta.
- Un sergente del mio reggimento. 
- E' morto?
- Poche spanne e toccava a me. A quest'ora sarebbe con sua moglie, a Coventry.
- Nessuno conosce i piani di Dio.
- Dio non esiste, Charlie.
- Ti va di fumare? - suggerì Darsey. 
Jack accolse l'invito. Recuperarono un paio di sigarette e si spostarono nella sala comune. Il
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