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in veranda, godendosi gli scampoli del pomeriggio attraverso la vetrata. 
- I bolscevichi non sono contro tutte le guerre, combattono quella di classe, invece di parlarne all'ora del tè a Bloomsbury.
- Hanno firmato la pace unilaterale, hanno mollato. Quando Siegfried ha provato a fare lo stesso ti sei messo in mezzo.
Robert sollevò la bottiglia per controllare il livello del liquido.
- Pensi che i bei gesti facciano la rivoluzione? - indicò verso est. - A parte il plauso delle anime belle a Garsington Manor, tutto quello che Siegfried poteva ottenere era una branda in prigione. Ho cercato di evitarlo perché gli voglio bene.
- Forse lui voleva essere un esempio per gli altri. - insinuò Ed.
- Vuoi dire un martire. Dio ci scampi. Nessuno l'avrebbe seguito. 
Robert sentì ancora il morso della vecchia rabbia, al pensiero d'essersi lasciato blandire da Lady Ottoline e dalla sua corte di teste illuminate. Non più di un quarto d'ora, ma era stato sufficiente. 
Ed scolò la birra e guardò davanti a sé. 
- Non lo siamo stati un po' tutti? Martiri, intendo. Tu perché ti sei arruolato?
- Per non venire a Oxford. - Robert rise di se stesso. - Il corso per cadetti era una buona scusa per rimandare l'università.
- E dopo? 
- Era troppo tardi. Ormai l'impegno era preso.
- Siegfried non si è rassegnato. - insistette Ed. - Ma è rimasto solo e alla fine l'hanno ricondotto all'ovile. Anzi, al macello.
Robert non raccolse la provocazione. Sapevano entrambi che il problema di Siegfried era l'accondiscenza verso le proprie suggestioni. Era un romantico. Nel '17 si era fatto affascinare da Bertrand Russell e dalla cerchia di intellettuali che frequentava Garsington Manor, la casa di Lady Ottoline Morrell poco fuori Oxford. Lo avevano incitato a scrivere una dichiarazione di rifiuto della guerra indirizzata allo Stato Maggiore. Condivisibile fino all'ultima riga, certo, ma il signor Russell era finito in galera per qualche mese, mentre il tenente Sassoon aveva rischiato la corte marziale. Robert aveva dovuto farsi in quattro per fargli ottenere una diagnosi di nevrastenia che lo salvasse dalle conseguenze di quel gesto. La commissione se l'era bevuta: un periodo di riposo in clinica e i brutti pensieri dovuti allo stress sarebbero passati.
Siegfried ovviamente non si era rimangiato nemmeno una parola, ma alla fine aveva deciso di tornare al fronte insieme ai suoi uomini. Non si sarebbe mai perdonato di averli lasciati affrontare la morte da soli. Rifiutare la guerra senza sottrarsene. Questo era Sass, prendere o lasciare. Robert in fondo lo capiva fin troppo bene, era il paradosso in cui tutti loro erano rimasti intrappolati e che i sapientoni come Bertrand Russell non avrebbero mai compreso. Lasciare la truppa sarebbe stato un tradimento, l'abbandono della trincea più profonda: quella tra i combattenti e tutti gli altri, a casa.
Poi Siegfried aveva scoperto l'impegno politico. Si era imbarcato in una serie di comizi per il partito laburista. Un'umiliazione. Sassoon, l'omosessuale appassionato di golf e caccia alla volpe, mandato a declamare le proprie poesie davanti a folle di operai che si guardavano perplessi e gli ridevano alle spalle. Quando lo aveva saputo, Robert aveva pianto di rabbia.
La gente voleva dimenticare in fretta e non sapeva cosa farsene del rancore dei reduci. L'unico sussulto di rivolta delle divise kaki, durante l'estate appena trascorsa, si era risolto in nulla. Su e giù per il paese diversi reparti si erano ammutinati, sfilando per le strade in segno di protesta contro la lentezza dei congedi. Qualche scaramuccia con la polizia e i giornali già parlavano di un'ondata di "bolscevismo, anarchia, ubriachezza e bestialità". I capi della rivolta erano finiti sotto processo insieme alle proprie sacrosante ragioni. La verità era che il governo temporeggiava perché non voleva rinunciare alla massa di soldati in servizio attivo. Per via dei disordini in Irlanda, ovvio. A gennaio i
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