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portato alla luce con tanta cura. Archeologi e classicisti regnavano sovrani nella Nuova Arcadia Oxoniense. Per loro si costruivano palazzi. I filologi dovevano accontentarsi degli edifici dismessi.
Fu proprio al museo che si diresse. Da qualche tempo aveva preso quell'abitudine, una deviazione prima di tornare a casa, un innocuo segreto. 
A quell'ora le sale erano deserte, mancava poco alla chiusura. All'ingresso il custode lo salutò portandosi la mano alla visiera. Per qualche oscura ragione lo credeva un artigliere suo commilitone e per questo gli concedeva di trattenersi qualche minuto fuori orario. Ronald era stato nei Lancashire Fusiliers, ma non si era mai presentata l'occasione di smentire quell'uomo, quindi poteva indulgere nell'equivoco senza sentirsi in colpa.
Superò le collezioni minoiche e filò al piano di sopra. Quando entrò nella sala sentì una sottile emozione solleticargli la nuca. L'illuminazione degli espositori era l'unica fonte di luce rimasta. La grande teca ottagonale dominava il centro della stanza. Da lontano era già un bel colpo d'occhio vederli disposti sul piano inclinato, quasi a formare una freccia puntata verso l'alto. Anelli. Forme e dimensioni erano le più svariate. Angeli e dragoni, croci e stemmi, perle e pietre preziose. Erano appartenuti a papi, vescovi, principi italiani. Cerchi che racchiudevano patti tra gli uomini, vincoli di potere, il senso di una fede immortale. Alcuni suggellavano un vincolo coniugale sopravvissuto agli stessi amanti e forse celavano motti incisi all'interno. 
Sfiorò il vetro col naso per osservarli meglio. La fascetta d'oro che portava al dito era ben poca cosa davanti a quello sfarzo. Pensò a Edith, a quanto l'amava. Si sentì in colpa e gli venne voglia di correre a casa. 
Voltandosi trasalì e quasi urtò la teca. C'era qualcuno sulla soglia, una sagoma illuminata a malapena. Un piccolo essere, anche più basso di lui, con una grossa testa. Gli ricordò l'illustrazione di un goblin su un libro di favole di quando era bambino. Rabbrividì, proprio come allora davanti a quella pagina. 
- Domando scusa. - disse l'uomo minuto. - Credevo non ci fosse più nessuno.
Si avvicinò a passi piccoli e delicati. Ronald lo osservò sbirciare oltre il vetro. Aveva occhi di un azzurro intenso che catturavano la luce.
- Provo spesso a immaginare chi li portava al dito.
Sembrava alludere a un discorso iniziato da tempo. Ecco uno che condivideva il suo segreto.
- Uomini che reggevano il peso del potere. - disse Ronald.  
Per un attimo l'altro parve incupirsi, ancora sovrappensiero. - Chissà se tutti ne erano all'altezza.
- Immagino di no. Il potere corrompe. - Ronald diede un piccolo colpo di tosse. - Credo che il museo sia chiuso.
- Oh, non sono un visitatore. - rispose l'altro, gli occhi sulla collezione di anelli. - E nemmeno un ladro. - ammiccò. - Avevo un appuntamento con il direttore. Lei viene qui spesso?
- No. - mentì Ronald. - Lei sì?
- Ci venivo prima della guerra. Mi perdoni, - disse mostrando la mano destra bendata e porgendo la sinistra. - mi chiamo Lawrence. 
Ronald si adattò.
- Tolkien. 

- Hai fatto tardi. La cena si è freddata.
Ronald poggiò la valigetta sulla sedia nell'ingresso, baciò la moglie e lasciò che gli sfilasse il soprabito.
- Scusa. Mi hanno trattenuto.
Il piccolo John gli corse incontro rischiando di inciampare e pretese d'essere preso in braccio. Il suo riso infantile tolse a Ronald l'aria trasognata che si era portato dietro dalla sala degli anelli. Scherzò per qualche minuto con il figlio, poi sedette a tavola. Di fronte a lui, Edith lo osservò mangiare in silenzio. Parlò soltanto quando ebbe finito.
- Vuoi dirmi che ti è successo?

6. Madre Natura e Marte


- Perché i bolscevichi sì e i pacifisti no?
Edmund non si appassionava alla politica, ma gli piaceva cogliere Robert in fallo, giocando con i suoi stessi argomenti. 
Centellinavano birra da grosse bottiglie scure, seduti
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