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nero dorso frangere i flutti. L'animale fuggiva sentendo il battere dei remi sull'acqua; nuotava verso il circolo polare, dove la banchisa avrebbe bloccato la chiglia delle navi baleniere. Sulla vetta del mondo i Lapponi lo chiamavano Morsa, animale sacro da rispettare e temere. Ma l'inseguimento si spingeva ancora oltre, doppiava il Capo Nord e raggiungeva la terra dei Finni. Nella loro lingua la chimera zannuta era detta Mursu. Sulle rocce piatte, ormai spossata, attendeva il colpo dell'eroe, che dalla prua scagliava l'arpione e la trafiggeva spaccandole il cuore.
La penna centrò il portamatite e lo ribaltò sul tavolo. Il rumore fece voltare tutti. L'occhiata del professor Bradley solcò la stanza fino a inchiodare il responsabile.
Ronald si affrettò a raccogliere i lapis e si rimise al lavoro. La luce del pomeriggio iniziava a calare. Guardò l'orologio: un quarto alle quattro. Aveva impiegato troppo tempo per l'etimologia della parola Walrus, tricheco. L'aveva inseguito fino al Polo Nord. Del resto si era dilungato perfino su Waggle, agitare, e già paventava le infinite accezioni di Want, volere. Una distesa di foglietti fitti di appunti ricopriva la scrivania. La maggior parte erano attraversati da serpentine o già accartocciati. Ipotesi, tentativi di battere piste sconosciute. Per il tricheco ne aveva azzardate ben sei. Serviva a sopportare la noia di quel lavoro compilativo. 
Bradley invece aveva fretta, le ultime lettere del Dizionario dovevano essere pronte entro un anno. Si era già dovuto aspettare anche troppo: che finisse la guerra, "che la civiltà della parola riprendesse il sopravvento sulla barbarie delle armi", che la squadra di lavoro venisse ricomposta colmando le defezioni inflitte dal Kaiser. Ronald era lì per quello. E perché, nonostante la lentezza, era bravo. Bradley lo sapeva. Pochi tra i giovani collaboratori padroneggiavano le lingue nordiche come lui. Inoltre era lì perché lo pagavano: con una famiglia a carico c'era poco da essere schizzinosi. 
Ronald amava le parole, ma in un modo privato e peculiare. Erano arcani, enigmi da risolvere, contenevano storie, abbracciavano secoli e continenti. Ogni parola ne suggeriva altre, forse mai pronunciate, ma del tutto plausibili, ancora più dense di significati e rimandi, quindi più vere. Ma tra quelle pareti non ci si poteva spingere troppo in là, vigeva un limite invalicabile. Nell'ottica dei fondatori, l'Oxford English Dictionary doveva essere la pietra miliare della civiltà britannica, la summa di ciò che si era detto in inglese e di come lo si era detto dall'alba dei tempi all'evo moderno. La fantasia restava fuori dalla porta.
"Parole, parole parole" era la citazione preferita da Bradley, la ripeteva talmente spesso che a volte non se ne accorgeva nemmeno, lo faceva sovrappensiero, tra sé e sé. Ronald detestava Shakespeare. Trovava incredibile quante occorrenze gli spettassero, come se avesse voluto usare tutti i vocaboli possibili. Un vero usurpatore della lingua, vorace e ingordo.
Qualcuno iniziò ad alzarsi e accomiatarsi con sobri cenni di saluto. Il grigiore delle mansioni contagiava i costumi. Parlare a bassa voce, muoversi il minimo indispensabile. Ronald si era adattato.
Uscì dalla vecchia sede del Museo, concessa ai compilatori del Dizionario per portare a termine la grande opera. Broad Street era ancora sgombra dal via vai di toghe e colletti inamidati che in capo a un'ora l'avrebbero riempita. La percorse fino all'angolo e si diresse verso casa. All'incrocio successivo si fermò a contemplare il nuovo palazzo dell'Ashmolean, che biancheggiava sul lato di Beaumont Street. La scalinata, le linee neoclassiche dell'edificio, il frontone sorretto da quattro colonne ioniche, ogni dettaglio magnificava la gloria di chi, grazie alla propria fama, aveva convinto l'università a trasferirvi il museo. Sir Arthur Evans non si sarebbe accontentato di niente di meno per contenere i ninnoli di re Minosse che aveva 
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