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civile.
Naturalmente Apollo viveva sulla cima, circondato dalle Muse. Sir Arthur Evans, il grande archeologo, si era fatto costruire la casa per avere la vista migliore. D'estate lasciava che i Boy Scout si accampassero nel suo terreno. Per loro aveva innalzato un intero padiglione. Nelle notti d'estate si potevano vedere i falò.  
Scese di buon passo, infischiandosene della terra umida che si appiccicava alle suole. La via breve, lungo la Ridgeway, non faceva per lui. Ci passavano i camion del latte, qualche automobile solitaria, e lui si ritrovava appiattito contro la siepe, le mani sulle orecchie, i denti stretti, in attesa che la tortura sonora finisse. Meglio il fango dei campi. Le mucche erano osservatrici silenziose e schive, ormai avevano fatto l'abitudine a vederlo passare davanti agli abbeveratoi. E poi c'era la vista. Quella vista. Poco prima di raggiungere la fattoria a metà del cammino, sostava sempre qualche minuto a contemplare la valle del Tamigi. Anche quella breve concessione rientrava nel rigido ritmo che scandiva la discesa. 
Con lo sguardo cercò sul prato sopra di lui l'albero immortalato da Matthew Arnold. I versi del poeta dischiusero le labbra. 
Protetto è questo angolo sull'alto campo mietuto a metà.
La natura non era una fonte d'ispirazione meno ricca della guerra. Bisognava pure provarci. Nancy avrebbe illustrato le parole con il tocco lieve di cui era capace.
Colse la linea degli edifici all'orizzonte. Campane salutavano il mattino.
E gli occhi scendono fino alle torri di Oxford.
Eccole laggiù. Il professor Murray sarebbe stato indulgente, era anche lui un abitante del Parnaso e sapeva che perfino Euripide avrebbe cercato ispirazione in quello scorcio. Riprese il cammino verso la città e solo in vista delle case consultò l'orologio: al St. John's stavano finendo la prima colazione.

3. Jack


Qui tratteremo della poetica nel suo insieme e nelle sue forme, quale finalità abbia ciascuna di esse, e come si debbano comporre le trame affinché la poesia vada a buon fine. 

Quando il gesso terminò di grattare la lavagna, la traduzione campeggiava a fianco dell'originale greco. Il professor Murray sedette alla cattedra e schiarì la voce.
- Nelle prime pagine della Poetica di Aristotele, a malapena una decina di parole trova il suo equivalente in inglese. Ogni frase deve essere scomposta, ridotta ai minimi termini, e poi ricostruita per poterne ricavare un senso compiuto. Nessuna traduzione può risolvere facilmente questo problema. E' lavoro per un insegnante che conosca davvero bene il greco. 
Lo sguardo del professore planò sull'uditorio. Qualcuno dalle prime file sorrise per piaggeria, mentre lui rimaneva serissimo. L'aula era più silenziosa di un cimitero. La voce riprese suadente.
- C'è poi una seconda difficoltà che deriva da questa. Capire una grande opera straniera attraverso la traduzione è possibile soltanto se i due linguaggi condividono lo stesso bagaglio di idee e appartengono allo stesso periodo della civilizzazione. - Senza smettere di parlare spostò le penne sul tavolo in modo che fossero bene allineate con il libro. - Ma tra il greco antico e l'inglese moderno c'è un oceano di storia umana. Nessuna traduzione che aspiri ad avere un significato in inglese può riprodurre lo stile di Aristotele.
Si interruppe. Anche dall'ultima fila notarono la fronte aggrottata. Toccò di nuovo le penne, insoddisfatto della disposizione.
- Più di una volta ho accarezzato l'idea che sarebbe preferibile una traduzione brutalmente letterale.
Si alzò e tornò alla lavagna.
- Sappiamo che la parola greca poiesis in origine indica il "fare". E che la parola mythos ha una resa letterale nel termine "mito". Ne consegue che l'incipit della Poetica potrebbe essere tradotto così. 
Cancellò e scrisse negli spazi rimasti vuoti. Accompagnò la lettura con la bacchetta puntata sul testo.
- "Qui tratteremo del fare nel suo insieme e nelle sue forme, quale
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