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combattenti. 
Rumori dalla cucina annunciarono che anche la balia si era svegliata. Scacciò i brutti pensieri con un colpo di tosse. Doveva sbrigarsi, se non voleva arrivare tardi a lezione. 

Uscì dal cottage all'aria fredda del giorno. Il sole arrancava dietro la casa dei Masefield, che rosseggiava tra gli alberi del giardino. Il capanno dove John Masefield scriveva durante il giorno si intravedeva appena in mezzo alle fronde. 
La necessità fa passare i dubbi, ma il cervello li conserva intatti. Un affitto di tre sterline al mese era più di un prezzo di favore. Poteva anche essere pietà, o piuttosto compassione per come la guerra aveva ridotto i suoi nervi, per una moglie di nuovo incinta, o ancora per qualche oscuro senso di colpa. Eppure Masefield aveva condiviso il fango per scelta, con la croce rossa sul petto. Aveva visto nei loro occhi il futuro tradito, una generazione spazzata via in poche centinaia di passi, gli sguardi pavidi dei condannati a morte, quelli che il rum e la retorica non erano riusciti a scagliare contro le mitragliatrici tedesche. Lo aveva raccontato. L'aveva scritto. Accanto al suo nome la parola onestà aveva un senso preciso. Adesso la quiete era tutto per lui, insieme al rispetto degli orari e alla gentilezza dei modi. Del resto, quiete era la parola d'ordine di ogni essere umano trincerato a Boar's Hill. 
Gli abitanti del circondario lo chiamavano il Parnaso. 
In mezzo a una macchia d'alberi spuntava la residenza di Robert Bridges, il Poeta Laureato - un vecchio bisbetico e brusco, dallo sguardo acuto. Gli piaceva sentirsi il patriarca del clan rifugiato lassù a leccarsi le ferite. 
Nichols viveva poco più in là, insieme all'inseparabile cappellaccio nero, senza il quale non sembrava in grado di scrivere un solo verso. 
Siegfried Sassoon invece aveva preferito sfidare il caos di Londra e andare a dirigere le pagine letterarie del Daily Herald, fedele alla nuova missione laburista. Tornava a Oxford una volta al mese e in quelle occasioni erano davvero al gran completo. 
Beh, non proprio. La sedia di Owen era rimasta vuota. La guerra l'aveva tirato giù con l'ultimo colpo di coda, quando ormai il pericolo sembrava scampato. Una perdita che pesava su tutto il clan e che era doloroso ricordare.
Attraversò la strada e imboccò lo stretto sentiero tra i villini. 
Passò di fianco al cottage dei Blunden. La loro coinquilina, la signora Heavens, lo salutò dall'aiuola che curava con attitudine maniacale. 
- Come sta sua moglie, capitano Graves?
- Bene, grazie. La pancia cresce.
- E la piccola?
- Cresce anche lei. Più in fretta di quanto possa immaginare. Dica a Edmund che lo aspetto in città, per favore.
Sarebbe risalito insieme a Ed quel pomeriggio, come faceva spesso, per dirgli tutto quello che Nancy non voleva sentire. In realtà capitava che rimanessero entrambi preda di un'afasia paradossale per dei poeti. Passavano il pomeriggio a guardare giù dal dirupo delle loro esistenze, sfidando la vertigine, cercando di cogliere sul fondo un formicolare di vita. Misuravano lo spazio vuoto dove un tempo erano braccia, gambe, mani; contavano in silenzio i sedili liberi sui treni, sui banchi di studio e di lavoro. 
I polmoni di Ed erano avvelenati dai gas, la sua anima dalla guerra e dal lutto recente. Beveva sherry, oppure whisky, un sorso dopo l'altro, con metodo. A volte non si alzava in tempo per le lezioni. Sua moglie aveva reagito con più forza alla morte del figlio neonato. Era successo ad agosto. Per il funerale Edmund aveva scritto versi che erano chiodi nella carne.
Mentre passava oltre, Robert si interrogò sulla fratellanza tra coloro che avevano conosciuto le trincee. Era quel noi che ancora conservavano per i momenti peggiori. Perfino quando inveivano contro la banda di nevrastenici che abitava il Parnaso, ovvero contro se stessi, ex-soldati dalla penna facile in cerca di un filo d'Arianna che li riportasse a valle, tra la gente
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